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Ventotene

La cala del Core ci vede dormire fino alle nove, sorprendentemente calma. Le maligne PJ e Zia Giova, dicono che in realtà sono io ad aver dormito fino alle nove, loro erano sveglie dall’alba e non facevano rumore. Ma allora pure io ero sveglio e non mi alzavo per non far rumore. Non si capisce più nulla, fatto è che la barca si anima a quell’ora e tutto quel che abbiamo in programma è di cercare la barca di amici con i quali ci inseguiamo da giorni. È che sembra quasi ci sfuggano, con programmi evasivi e toponimi a me ignoti, tipo: i Forni.
Alla fine mi convinco che deve trattarsi di Cala Inferno, a 500 metri da noi, e dunque a malincuore levo il ferro per intraprendere la perigliosa navigazione. Mi consola il fatto che ne profitterò per una ampia ricarica di batteria, il motore è spento da quasi 48 ore. Poi accade che i due erano praticamente nella nostra stessa cala, alla estremità opposta, e dunque li troviamo tre barche dopo.
Qui ci si intallia un poco, tra chiacchiere, bagni nella piscina di mare (nuovo acquisto di Elisabetta, felicissima), birrette gelate.
Verso mezzogiorno i nostri amici ci lasciano, e a malincuore mi arrendo ad intraprendere una nuova navigazione: Ventotene. Ci arriviamo verso le quattro, dopo una smotorata nella calma piatta.
Ancoro a Levante del Porto Romano, mi meraviglio presto della calma del luogo. Non ci sono scie, non c’è passaggio, si sta in mezzo altre barche come a Ponza, ma sono tutti più tranquilli.
A sera arriviamo a terra, ceniamo con gli amici Claudio e famiglia, incluso un piccino che lega con i miei.
Ventotene ha un segreto ben custodito sul quale ogni volta mi interrogo. Oggi penso che sia un paese più di terra che di mare, come tale più profondo e umanistico, per esempio, di Ponza. Ha anche un altro segreto, quello di una certa imprevedibilità, in negativo, dei venti e del tempo. Quando alle dieci e mezza riprendiamo il mare per raggiungere la barca in rada, vedo le prue beccheggiare: s’e’ alzato maestrale. Sono costretto ad alare i pupi da murata, che la poppa schizza. Riguardo Lamma: dava vento 3 e mare poco sopra zero. Vorrà dire che calera’…

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Storia d’un raschietto

C’è che quest’anno si capiva che la barca si muoveva poco. Bimbi piccoli, voglia di spiaggia, di montagna, addirittura di Ischia. E, dunque, di spender un paio di millanta euri nel far pulire la carena ho esitato un po’, fino a che mi son detto: oramai si fa il prossimo anno. E poi ho visto il mio compagno di ventura Giuseppe armarsi di muta e di raschietto e farmi l’elica nuova o quasi. E dunque ne ho comprati due e già con gli amici barbieri, lavorando in coppia, demmo una bella sgrossata.
Ora son solo, ma già a Palmarola ieri e poi di nuovo al Core oggi, mi sono messo sotto in sessioni di carenaggio. La roba vien via facile: c’è il vellutello verde che a volte lascio pure, i puntuti denti di cane, in praterie da mezzo centimetro, a volte da uno, che da soddisfazione far saltare alla base, le gorgonie ramificate e anche dei fungoni medusati parecchio skifidol.
Dopo aver fatto nelle prime sessioni quel che era raggiungibile senza vere immersioni, oggi m’e’ toccata la carena più centrale, nonché la pinna, rimasta peraltro poco lavorata.
Con muta, pinne e guanti, tutto indispensabile che sta roba taglia e infetta, mi immergo nuotando a faccia in su da un lato all’altro della chiglia. Rispunto di la’, riprendo fiato e ricomincio.
Dopo un’oretta di questa roba, constato come il mio stato di forma approssimi al livello dei molluschi che asporto: sono tutto stranito, per la posizione a testa in giù, per l’acqua tra naso e orecchie, per compensazioni improvvise e dolorose.
Però ho fatto quasi tutto, manca un po’ di pinna e lo skeg. Ragiono che in 5-6 ore di lavoro si fa veramente tutta, perfino in apnea, e mi chiedo davvero se valga la pena la trafila di farla portare a Terracina per alzarla e pulirla, quando comunque l’antivegetativa che dai fa veramente pochissimo.
A parte cio’, la barca si sta riempiendo di gonfiabili, ed è ferma al Core oramai da 12 ore…. tanto che mi chiedo a che serva aver fatto carena.
Facciamo il bagno, usiamo il tender per andare a cena fuori, peniamo ad addormentare il piccolo di giorno.
Un hotel a 3 stelle nel centro del Core. C’era l’idea di andare a Sud, per quello ho raschiato di brutto, ma forse è meglio stare in zona, tra poco non avremo più il supporto di Zia Giova, e faticheremmo non poco a tenere a bada i cuccioli. Quindi, sara’ un giro in zona, ma a velocità di carena.

Di nuovo notte

Stessa panca di ieri. Due cuscini sotto di me, ad ogni buon conto. E intorno le mille luci e suoni di Ponza porto. Uno impara. Ieri s’e’ rollato tutta notte, come sempre al Francese, specie se il Levante previsto esita, s’alterna col Nord est, ti fa girare tutta la notte senza soffiar davvero. Oggi basta, provo a entrare nella rada del porto, sono circa le 19, miracolosamente trovo un posto plausibile, dove, per posizionarle il ferro, triangolo le altre barche in complicate equazioni di relatività ristretta, dove entrano il tempo (di andar a mangiar fuori), le variabili atmsferiche e un poco di psicologia umana.
Mi sembra l’ancoraggio perfetto, se non che il Bavaria a fianco ha un pizzico di Genoa rollato di fuori, e al cambiamento delle debolissime arie si posiziona in opposizione di fase a me. In pratica, fanno l’aperitivo tenendomi la prua spinta fuori. Tutto calcolato. Sopratutto calcolato il fatto che, serafici, mi dicono che stanno per andar via. Serafico anche il tizio in motoscafo a poppa, arrivato dopo e posizionatosi in quadratura a mezzo metro dal mio tender. Anche lui, dice, andrà via. Perfetto.
Perfetto anche perché io sono preso dalla battaglia di mettere a mare il tender. Motore appena revisionato, lo monto, faccio per partire, ed ecco che non c’è attaccata la chiavetta di sicurezza. Quella da mettere al polso, in teoria. Gastemio a sufficienza, chiamo il meccanico, giusto per sincerarmi che non mi abbia lasciato la chiavetta da qualche parte.
Poi provo dei sostitutivi, che mi portino almeno alla nautica in porto: una cima, una molletta, una forchetta. Niente. Allora prendo un mestolo piatto di legno, la sega, il leatherman e comincio a lavorarlo per assumere la forma acconcia. Il primo tentativo va buca, forzo troppo ed il legno si spacca. Riprovo, prendo il trapano, le punte giuste, sego, alliscio, plasmo.
Va perfetto. Resta solo da accorciarlo e legarlo… ci vorrebbe una sagoletta… ecco che ce ne è una appesa al fuoribordo, che va a mare…. la tiro ed ecco che spunta intatta la mia vecchia, solita chiavetta. Rubrico la cosa come grave deformazione professionale, e faccio finta di niente. In poco siamo pronti per scendere, dopo due giorni di mare.
I due bimbi sono vestiti da marinaretti d’alta moda, tutti gli fanno i complimenti e la mamma è felice. Anche perché finalmente è calato il sole, e fa un poco di fresco.

Post di ieri, che non si invio’, per insignificanza e mancanza di copertura da ovest

C’è la panca in pozzetto, sopra ci sono io, poi PJ, poi Minu’, detto anche Pups, che poi sarebbe Emanuel, nostro ultimo prodotto.
Il peso complessivo scarica sulla caviglia destra ad ogni rollata; non rovina però il quadro complessivo: è buio, siamo ancorati a Cala del Porto, Palmarola, intorno tante lucette di tante barche, delle grotte, del ristorante. Alla fine, non mi dispiace. Il mito della solitudine, in barca, mi ha stufato. Devi avere il tuo spazio, ma se sei solo c’è qualcosa che non va. Siamo giunti qui al primo giorno di crociera.
Stamane, non sapevo se muovere o no. Previsioni di levante a Ponza, di temporali e grandine a terra, pioggia fino a qui. Alla fine, ho scelto il mare. Troppo frustrante restare a terra.
Siamo partiti in macchina con calma, poi abbiamo fatto la spesa di corsa, salpati dopo le due, dando da mangiare ai bambini ben oltre il tempo giusto. Sempre complicato, il primo giorno.
Oggi battaglio col nuovo GPS, cerco di montarlo mentre andiamo. A Palmarola arriviamo alle 19, ed ho finito.
Mi metto allo Scoglio Spermaturo, aperto a Levante, siamo 2 barche. In realtà è già Nord, dopo il bagno l’aria viene da 015. Decido di spostarmi finché c’è luce, qui è cupo e rafficato. Di la’, in confronto, calmo e allegro.
Ancoriamo fuori da tutti, di li’ a poco gira. Meglio.

Post di prova

Quando forse è il momento di partire, si scopre che Facebook ha bloccato la pubblicazione automatica sui profili delle pagine di WordPress e di ogni altra app esterna, per esempio: Youposition.
Però, sembra che si possa autopostare su una pagina, e dunque ecco che provo a vedere se questo post viene inoltrato su https://www.facebook.com/VelaSenzaParole/

A presto, spero, con roba più densa e salata

Post di m

Qui è pochi minuti prima del dramma.
Tre sono andati a fare un giro in tender, io fotografo e dormicchio, Luca prende il sole, Lele traffica in cabina di prua.
Siamo a Palmarola, non sono neanche le 10 e abbiamo già cambiato ancoraggio. Io sono sveglio dalle 4 e mezza, quando il vento è calato e prima che entrasse da direzione opposta, la barca ha cominciato a rollare intraversata.
Alle 6 ho anche fatto un giro a traina, per vedere se per caso riuscivo a sorprendere qualcosa di appena sveglio.
Poi piano piano si sono svegliati tutti, abbiamo fatto i caffè, eccetera. Eccetera. Ma torniamo all’azzurro dei Vardelli.
Son lì che contemplo il mondo ed ecco che Lele emerge e mi pone due domande che non posso evadere. “Com’e’ che quando pompo l’acqua esce da sotto?”
“Com’e’ che la pompa di scarico della doccia non scarica?”
Mi devo alzare dal mio azzurro.
La seconda è facile, pulisco il filtro, stringo bene, e tutto funziona.
La prima è più critica: ad ogni pompata l’acqua schizza dalle fascette. Primo, patetico tentativo, pompiamo più forte. Secondo: stringiamo le fascette e solo dopo pompiamo più forte. Terzo tentativo smontiamo la pompa. Anche perché si è capito che c’è un tema di carta igienica, ieri e poi anche oggi. Ieri ok oggi no. Rimontiamo la pompa alla come viene.
Quarto tentativo, l’imputato comincia ad essere il tubo di scarico, con il sondino da elettricista da fuori. Ci va Lele, che si sente in colpa.
Quinto tentativo, smonto, con una certa apprensione, il tubo di scarico lato presa a mare. Trovo un pallocco di carta e canto vittoria. Ma rimonto, e non va, la sonda si ferma comunque dopo.
Sesto tentativo, smonto il tubo lato cesso. Dagli col sondino, altro tappo, diverso da quello a valle, ad occhio.
Settimo tentativo, sfilo il tubo di scarico, non senza difficoltà. Lo portiamo a poppa e proviamo a stapparlo con la pompa del tender.
Ottavo. Ci infiliamo un manico di spazzolone da un metro e mezzo. Non va, c’è un blocco, forse due
Alla fine, battendo come forsennati alternativamente dalle due estremità, e facendo pause per svuotare, in modo da colorare i Vardelli di maron, riusciamo a stappare.
I tubi di scarico si incrostano di pipus, formando alcune stalattiti calcaree che alla fine intoppano tutto. Rimonto, con agilità.
Non funziona un cazzo. Sto una mezz’ora a capire come rimontare (bene) la pompa… per fortuna ogni pezzo ha una sua forma immediata, che per me vuol dire sempre mezz’ora. Va.
Lavo tutto, scarico dal doccino. Non va. Le provo tutte, poi è ora di pranzo, ci si sposta alla Tramontana, e lì riprendo. Pulisco il filtro, insufflo aria da sotto, esce di tutto, poi innesco la pompa soffiando e ora pare che vada.
Resta il tempo di un bel bagno alla Tramontana, oggi particolarmente blu, pulita e fresca.
Giochiamo con Wilson, il pallone trovato ieri in mare, mangiamo avanzi, scherziamo. E alle 3, come dichiarato, sono in rotta per casa.

Sole giallo

Un beffardo disco infuocato attraversa paro paro l’oblò laterale di tuga, quello aperto, e si posa senza pietà sul mio visino addormentato. Sono steso sul divano, mal avvolto nel saccopelo. E sono quasi le otto. Ho avuto come l’impressione di non dormire mai, stanotte. Prima Ciccio ancora alzato a farsi il bicchiere della staffa con Federico. Poi quel nuovo rumore della barca, perfettamente fasato con il rollio, che poi era il delicato russare di Luca. Poi la pompa che innescava, pensavo la doccetta, e c’era Federico fuori che raccava. Poi il gran rollio delle 4 e 45, che volevo spostarmi.
Invece sono uscito a disegnare nell’acqua strisce giallo luminescenti e poi mi sono addormentato davvero. Fino a che, la dove ieri era la luna rossa, spunto’ il sole. Fenomeno inspiegabile, specie senza un caffè.
Ripassiamo a terra per varie ed eventuali, scordando di scaricare le 24 bottiglie di Tennents vuotate.
Poi salpiamo per girar l’isola di Ponza e vedere quel che manca. Obiettivo Lucia Rosa, dove arriviamo che non c’è nessuno. In effetti il mare di maestrale continua a battere, come previsto. Io mi riparo dietro gli scogli, c’è un po’ di vento che tiene la barca diritta, e si sta.
Nel frattempo ho sottoposto a lunga, infinita cottura 12 pomodori al riso con patate. Ci vuole la pazienza di aspettare che si ritiri l’infinito acqua che tirano fuori, e che l’olio si rapprenda in quella deliziosa sugna nera sotto alle patate. Anche 3 ore, ad occhio. Faccio in tempo a fare in parallelo anche le melanzane di Assunta.
Poi verso l’una muoviamo, c’è un leggero Ponente e sono convinto che la barca si muova meno a vela che all’ancora. Il mio equipo è scettico sul mangiare in movimento, e all’inizio noto una certa inerzia che tira ad aspettare di arrivare a Palmarola. Poi però subentra la fame, cominciano a salire su pagnottelle pizzette salami e tutti si radunano intorno al desco. A quel punto esibisco il pomodoro col riso, che viene onorato da tutti, perfino dal comatoso Federico, salvo poi restituirlo quasi subito, poraccio.
Si va bene, ancor meglio grazie alla pulizia della catena operata a suon di raschietti da me e Andrea. Ho anche resuscitato l’elichetta del log, la carena era così sporca che non girava neanche pulita.
Boliniamo tranquilli verso i faraglioni di mezzogiorno, dove ancoriamo giusto in mezzo al canale.
Quindi tento una traina al Cappello, due impicci gravi e una aguglietta il magro bottino.
Poi ci si riposa, si dorme, anche. Fino a che verso le dieci sale labile un certo desiderio di cibo, unico lecito e possibile passatempo di 6 maschi onesti. Esorto i ragazzi a cimentarsi. Ciccio si esibisce nel rigatone pomodoro e basilico. Mentre si cuoce, azzanniamo la melanzana fatta a pranzo.
Siamo in mezzo al canale di mezzogiorno. Intorno mille luci. Come fossimo in citta’ e invece è San Pietro e Paolo a Ponza.