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La barca di papà

Formazione inedita, oggi, in barca. Per la prima volta, vado solo con Daniel. È grande abbastanza, a 3 anni, per stare a bordo come si deve. Almeno credo. Certo, avevo una mano alla randa e l’ho lasciata, anche se saranno una 15ina di nodi soli, ora anche meno. Si va conservativi, specie nei primi attimi dopo aver salpato.
C’era un tempo strano, in porto. Mare che sbrilluccica, settembrino certo, ma che denuncia vento. Aria a tratti da Levante, a tratti da Ponente. Come quando è Maestrale e gira intorno alla montagna, prendendo le due strade assieme e ricongiungendosi al benzinaio, dove in effetti faccio il pieno in calma di vento. Daniel saluta tutti: “Ciao!”, le barche che incrociamo, i benzinai…
Passato l’effetto della montagna, il vento cala. Prendo una canna, leggera, super armata con speciale pescetto… me la rischio, tanto vado piano. Daniel si incuriosisce. Allora tiro fuori un sughero, il primo che viene. Ha attaccato un Gran Pescatore del secolo passato. Quando lo sfilo dal sughero, come sempre, la parte immersa è completamente arruzzata, l’ardiglione è solo un micro rilievo. Bene. Non sia mai.
Calo la lenza e la metto in mano a Daniel, con un moschettone di sicurezza. Lui dopo circa 3 secondi si stufa, si allunga, poi ha fame. Vabbè. Mangiamo. Metto il tendalino, all’ombra è tutto meglio.
Sciolgo la mano, c’è poca aria, sempre da NordOvest quasi tramontana. La prua è a W di Palmarola, in nessun luogo, anzi se volessi poi andare verso Zannone per un bagno, sarebbero dolori di andatura troppo larga.
Ce la dormicchiamo più o meno vigili, quando qualcosa succede a poppa, il sughero salta e finisce a mare, abilmente trattenuto dall’elastico di sicurezza. È pesce! Aspetto che parta anche l’altra canna, vanamente. Il mio super pescetto forse è troppo grosso? Recupero, con Daniel a fianco. Tira. È un tonno rosso da mezzo chilo o poco più. Lo mostro al piccolo, poi lo libero… il primo pesce che prendiamo assieme. “Pesce bua” è tutto ciò che mi corrisponde, oltre a giocare per la successiva oretta con la lenza, vero obiettivo della dimostrazione.
Quando su Facebook leggo che a Salto di Fondi i surfisti entrano in acqua, imposto la strambate di rientro. Sono le 13,30, ho 12 miglia per San Felice, 4 per Zannone, poco più per Gavi, 8 per Palmarola. Più o meno, in mezzo a tutto il mio orizzonte marittimo, perlomeno quello del day cruise.
Prua a Nord, il sole riempie il pozzetto, la cacca il pannolino. Risolvo il secondo problema, medito sulla manovra di emergenza qualora dovesse uno di noi cadere in acqua, mi infilo il vhf in tasca.
Poi Daniel scende giù a giocare, questo ragazzino non mi da nessun problema, gli piace quando ci muoviamo, con qualunque mezzo: barca, macchina, macchina di (Babbo) Natale…
Verso la fine, mi si accoccola sopra e prova a dormire. Io dopo un po’ lo faccio scivolare sulla panca, che come al solito devo star di vedetta, poi manovrare per il porto. Qui c’è aria in abbondanza, le plance planano, Senza Parole vince le sue incrostazioni e prende 7,5 nodi, che non vedevo da un po’. Per la prima volta, va bene così.

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Verso casa

Dopo tanti giorni di mare calmo, l’acqua di Palmarola offre il suo meglio, vedi il fondo di sabbia a 10 metri sotto la barca, il colore è profondo, la consistenza pura. È tutto questo che lasciamo, oggi, con qualche rimpianto, ma sicuri di aver fatto la scelta giusta. Abbiamo avuto sole e caldo in abbondanza, anche troppo. E gestire i due piccolissimi non è troppo riposante. Mi spiace perché la barca era avviata, perché ci sono un sacco di lavoretti che non ho completato e temo di non avere mai tempo per farlo, specie se mi porterò dietro Daniel. Ma domani, dice, piove. E dunque proseguiamo sulla spiaggia, il prossimo anno sarà più semplice, pensiamo.

Palmarola

Nella rada del porto, a Ponza, mi alzo che il sole è appena su. Leggo. Dopo poco, vedo una donna in costume passeggiare sull’acqua del mio orizzonte visivo. Troppo vicina. E’ il motoscafo a fianco, un po’ troppo a fianco, secondo lei e il suo nerboruto marito. Accendo e do prova di buona volontà, tirando qualche metro di catena. In realtà, le barche si sono girate a Levante, e tutti siamo ancorati su catene pendenti, con l’ancora finita a poppa. Tecnicamente, più tiro e più arretro, avvicinandomi. La manovra giusta sarebbe che lui stendesse la sua, di catena, arretrando. Ma chi ha voglia di spiegare due cose di nautica a due motoscafari all’alba. Recupero da solo quel poco di catena rimasta e mi sposto poco più in la’, sotto l’occhio vigile del nerboruto, che forse è pure arrivato dopo di me.
Tutto questo per dire che sveglio la famiglia piuttosto presto, si sa, il motore, la catena, non proprio robe che conciliano il sonno.
Spesa a terra, trovo la feta che mi sogno da settimane, dopo aver visto una fotina del Minoia. E poi, andiamo. Arco Naturale.
Lo troviamo ancora piuttosto libero, specie nel suo lato lontano dall’arco, ovviamente. Ma in breve ci riempiamo di vicini, anche qui molto vicini, tipo porto, e vabbè. Qui si verifica la cosa bella del Ponente che gira nella cala ed entra da sud est, quindi le barche mantengono prua al mare, pur essendo ridossate.
Alle cinque siamo però in porto, a lasciare Zia Giova che prende la nave. Spero di poter restare fino a notte, ma passa la Guardia Costiera a sloggiarci dalle 4 boe, vietate fino alle 19,30. E allora mandiamo Ponza a fanculo e prendiamo il mare. Direzione: Palmarola.

Di logistica merci ed altro

Gaeta ci ospita nella giusta calma del vento che gira a Levante, ma resta giusto una brezza. Si muore di caldo e di umido, come negli altri posti, però senza rollare.
Il mattino è scandito dai pupi, che ci danno la sveglia alle 7. Il programma per la giornata pure, giacché siamo a corto di latte in polvere. Dunque salpiamo per Ponza, ma verificando lungo la rotta la disponibilità del prodotto presso la farmacia, pronti ad accostare sul Circeo in caso negativo.
Siamo in chiusura di crociera e dobbiamo quadrare sbarchi, logistica risorse e desiderio di altra vacanza.
Una idea era di terminare oggi. L’altra, prescelta, quella di proseguire ancora un po’, fare lo sbarco di Zia Giova a Ponza, domani, e rientrare liberi lunedì o quando sarà. Solo che tutto sembra congiurare contro.
L’acqua dei serbatoi è agli sgoccioli, come il latte, dunque dobbiamo fare una comoda sosta al pontile di Ponza Mare alle ore 14. I biglietti per zia Giova sembrano mancare, altro rapido viaggio in tender verso il porto. La benzina del tender sta finendo, così come i contanti in tasca… penso di fare un giro in contemporanea tra bancomat e benzinaio, ma il bancomat ha finito i soldi ed il benzinaio la benzina.
Ponza è piena e mancano beni fondamentali, adesso ci manca che finiscono lo spritz e la gente emigra a Tor San Lorenzo.
E dunque sposto Senza Parole nella rada del porto, per dimezzare i trasferimenti. Trovo un posto quasi regolare, molto a terra. Ma di li’ a poco tutti si mettono ovunque senza essere ripresi, se non dai pontilari, quando proprio gli davano ancora addosso.
Va così. Cena da Silverio alla Lanterna, onesta e mondana come prescritto. Poi corse su e giù per il paese per accontentare il figlio maggiore.

Gaeta

Agapi Mas, αγάπη μας, è una bella barca, che mi ritrovo a prua nella baia di Corricella, Procida. Tutti chiamano le loro barche chic con nomi in lingue strane, che lasciano in chi legge un piacevole suono ed una idea esotica. La mia: “Senza Parole”. A proposito di nomi che invece suonano italici, riceviamo visita dalla delegazione femminile di Capricci Ricci, un X55 bello e cattivo che ieri ci si è messo accanto. Ci stanno seguendo da un po’ e hanno curiosità di sapere come ci siamo organizzati con i cuccioli. Il telefono da cui scrivo sta definitivamente impazzendo. Se batto invio, torna su a metà paragrafo. Dunque perdonerete, in fondo andare a capo è un retaggio del novecento. È che ora siamo invece in traversata, figuratevi che ho perfino pensato di mettere le scarpe. C’è il verde chiaro di Lamma, in bolina fino a Gaeta, ora a 29 miglia. Ho ancora su il motore, per poco, suppongo. Gaeta scelta per la direzione prevista de vento, che le ponziane sarebbero state spaccate con aria in prua. Mi chiamano giù… guaietto con Daniel, che sta iniziando a togliere il pannolino. Con agilità raccolgo e getto ecologicamente a mare, spruzzo e pulisco per terra. Poi scendo a prendere le scarpe nuove (è ora, e la navigazione mi mette cattivo umore per una corrente che leggo contraria) e trovo altro sporco in giro. Faccio pulire i piedi al piccolo, poi torno su, ed un istante prima di infilare le scarpe, per miracolo, controllo anche i miei. Insomma, sto ancora senza scarpe che ora ho i piedi bagnati e la barca con macchie sospette. Dice che porta fortuna, io per ora ho solo litigato con PJ, vabbè. Presto sento lo scarico del motore che gorgoglia, un rumore nuovo… la barca è così sbandata che è finito sott’acqua, segno che è ora di spegnere. Faccio circa 5 nodi, qualcosa meno, poi il vento cresce e arrivo anche a 6, la corrente malvagia ha smesso di agire contro. Metto le scarpe e mi organizzo per questa lunga bolina. 15 miglia, di 32, a destinazione. Si va sul binario, a 5,9. Dopo aver messo a segno le vele, sono passato a regolare il tendalino. Impossibile toglierlo, con due infanti a bordo, cerco di farmi rubare il meno possibile. Il mio tendalino ha una lunga storia, e così i suoi archi, in parte a me ignota in quanto ereditata dalla vita precedente di Senza Parole. In breve la sua forma non è quel paraboloide perfetto che ricordo aveva da nuova. Fa una bella panza, poi ha il sacco di raccolta mezzo al vento, che le lampo, anche subito dopo riparate, son durate mezza traversata. Insomma mi do da fare per cazzare a dovere anche questo malandato bimini, e guadagno mezzo nodo. O almeno così pare. All’improvviso, vorrei liberarmi di tutto quel che ho in coperta: tender, atollo di PJ, anulare, rete della battagliola, ma anche draglie, candelieri, pulpiti e balconi. Allora si, che bolinerei, ragiono. Ok, non si può. Ma si potrebbe sviluppare un bimini alare che dia portanza… perché no? Praticamente un alettone, tipo le modifiche che si facevano alle auto tipo la uno, per farle sembrare dei mostri da rally. Ok, vabbè, forse non è esattamente lo sviluppo migliore possibile della nautica da diporto. Navighiamo abbastanza bene, il vento cresce piano, il mare è ancora appena increspato di ondine frequenti, penso che non si manterrà così tranquillo, ma oramai siamo vicini a terra, anzi, stiamo costeggiando lungo la costa di Baia Domizia, che tante volte ho percorso in auto rientrando da Pozzuoli verso Anzio. A prua c’è pure terra, che la costa tra Gaeta e Capo Circeo forma un angolo quasi retto con la precedente.

Le ultime 10 miglia, prevedibilmente, si rivelano tostarelle. Chiudo gli osteriggi, quasi prima che entrino le prime ondate. Sgonfio l’atollo, appena qualche minuto dopo che cominci ad esser troppo tardi. Perfino, riduco la randa solo una mezz’ora dopo averlo pensato la prima volta. Sono solo a portare la barca, le donne gestiscono i due piccoli, tra sotto, fino a che resistono e sopra. Ma va tutto bene, arriviamo in anticipo sul navigatore e, sopratutto, sul Grand Soleil che mi è stato avanti tutto il tempo. Lui ha ridotto Genoa, poi forse è svenuto e ha dimenticato di metterlo a segno, mentre io dietro con la bava alla bocca gli mangiavo metro su metro trimmando perfino il bimini. Cose normali. Mi godo l’entrata nel golfo a vela, nel silenzio dell’acqua calma. Poi è tempo di toglier vela, prima il genoa, poi accendere il motore, poi la randa. Ma il motore non si accende. Giro la chiavetta, il quadro si illumina, ma se proseguo, si spegne e il motorino non gira. Uhm. Già penso che sia fuso per la storia dello scarico sommerso, o del riser otturato, o di qualunque passaggio di manutenzione prescritto dalla banchina dei forum – e regolarmente ignorato. Apro. Tocco… non è bollente. Giro a mano il volano, con qualche sforzo e sporcata di mano, va. Riprovo, niente. Metto il motore nel punto morto superiore o inferiore o sarcazzo dove, ma insomma dove lo sforzo a girare è meno gravoso. Niente, non va. Sono con la sola randa, con una mano, a spasso nel golfo di Gaeta. A sinistra una corazzata militare. A poppa la Finanza. A prua, cantieri. C’è ancora una mossa da fare, la famosa martellata. Ma preferisco darla da ancorato. E, dunque, ancoraggio a vela sia. Localizzo una rada plausibile, tra i due porti. Ci sono altre barche. Esco un poco di Genoa, faccio due bordi, mi porto in zona. Poi arrotolo il genoa, scado un po’, vado tutto all’orza e corro a prua a mollare la frizione del verricello. L’ancora piomba su 13 metri di fondo oltre la chiglia, Zia Giova molla randa, PJ sta al timone. Torno a poppa, mollo drizza e la randa viene giù. Quasi bene. Insomma, ancoro. Ora mi armo per la lotta con il motore. Prima però voglio vedere se come penso il rotore del motorino di avviamento è bloccato e gli ampere salgono a fondo scala. Allora chiedo a zia Giova di accendere. Lei gira la chiave, parte il familiare fischio, poi prosegue il familiare fischio… le urlo di continuare a girare la chiave, lei esegue, e come d’incanto il motore gira. Non lo facevo fischiare abbastanza? Chissà… qualcosa si sta forse e comunque per rompere, ma intanto, va. Va tanto che mi sposto più a terra, dove sono altre barche (una) che presumibilmente dormiranno in rada come me. Poi calo il tender e scendiamo a terra. Stasera il programma è di prendere una tiella e mangiarla a bordo. Ci sono anche le stelle e la luna nuova. Torniamo a bordo, scarichiamo tutto. È buio, finalmente posso farmi una doccia.

Procida

Ischia, nella sua propaggine più a Sud, ospita il nostro risveglio dopo una notte difficile. La calma di vento e’ totale, il rollio molto diminuito. Il bagno non è invitante, l’acqua è ferma.
PJ è da ieri che si sogna di prendere a colazione le delizie al limone che ha visto ieri a S.Angelo.
E dunque ci immoliamo a sciabattare per il paese con 40 gradi e l’aria ferma. Per fortuna, il bar delle delizie ha l’aria condizionata. Ma non le delizie, alle nove passate, per la colazione “è ancora presto”. Aspettiamo seduti, ci interroghiamo sui tipi fisici napoletani, lei un po’ Loren, lui Cannavale. Poi entra uno smilzo come Pirlo, con una bambina carinissima che fa innamorare Daniel all’istante, educato e gentile come solo a Napoli sanno essere, ed ecco che mi vergogno dei miei luoghi comuni.
Quando usciamo, l’aria è cresciuta, all’improvviso il nostro ancoraggio è super confortevole. Sciolgo da poppa la cima abbozzata alla catena nottetempo, e la barca torna ad essere ancorata in prua.
Così passiamo gran parte della giornata, pranzando con le melanzane alla Assunta fatte ieri da PJ e poi giocando coi pupi in acqua.
Verso le 4, muoviamo per Procida, obiettivo Corricella. È la parte di Procida dove non sono mai stato, e mi sono convinto che sia la migliore. Incontriamo sotto il Castello i fratelli Cusu che stanno per entrare in banchina… mi lasciano la loro zolla di sabbia alzata per infilare la mia ancora al posto della loro.
Qui ci meritiamo un altro tuffo rinfrescante, poi alle sette armo il tender e si parte all scoperta di questo posto nuovo. A cena di nuovo troviamo Claudio e i suoi, i bambini giocano in piazzetta tentando di integrarsi nei giochi dei locals, più grandi, hanno comunque i papà che li aspettano a braccia aperte ad ogni loro ritorno.

Ischia

La notte, davanti al porto di Ventotene, scorre più tranquilla di come era partita. Ma anche molto umida e calda, in cabina. Il vento nella notte ha ripreso una direzione più da Ponente, ridossato, poi la mattina ha messo un poco di levante con nuvole annesse, un classico. Puoi arrivare a Ventotene con qualunque alta pressione africana della madonna, la mattina dopo ti sveglierai col tempo brutto.
Facciamo la spesa a terra, io solo qui compro libri e scarpe. Purtroppo Fabio (il miglior libraio di Ventotene e, dunque, del mondo) e’ ancora chiuso e devo rimandare di un po’ il pieno di pagine scritte. Ed il dibattito sul tomo di Albinati, che entrambi avevamo una certa reticenza ad affrontare… per paura di legger cose che avrebbero riportato a galla fantasmi di preadolescenza, credo.
Ma invece trovo l’emporio sulla salita aperto come sempre, e allora mi divincolo da moglie e figli e mi provo scarpe varie, da barca, fino a prenderne due per non far torto all’altra. Acquisti importanti.
Poi, l’ineluttabile viaggio verso Ischia (purtroppo), si rivela piacevole, con vento leggerissimo ma sempre “giusto”, che poi cresce fino a farmi anche spegnere per le ultime due ore.
La nostra destinazione è S. Angelo, nelle mie personalissime fisime il loco più estremo dell’Isola, per la distanza dalla costa ed isolamento, ed, in quanto tale, unico accettabile dopo 5 giorni di crociera. La montagna che lo sovrasta, solcata da profondi canyon, forma una serie di cocuzzoli perfettamente terrazzati e dunque apparentemente coltivati, come certe vignette di Mordillo. Poi, scendiamo a terra, ed è subito Capri. Negozietti, barcaroli firmati, porto pettinato. Mi meraviglia che Elisabetta sia riuscita a gettare il pattume, vero imprescindibile motivo per scendere a terra due volte al dì.
Facciamo correre Daniel, che cerca sempre di perdersi, poi prendiamo l’aperitivo al bar e la cena a bordo della barca di Claudio, in porto. Alla fine imbarchiamo due cuccioli addormentati e con il tender raggiungiamo la barca in rada. Anche oggi, la notte riserva sorprese. Entra mare lungo, appena percettibile, dal capo e Senza Parole rolla come una assassina. Smadonno Ischia, il progettista della barca, mia moglie (ci sta sempre) e me stesso che pur sapendo, ci casco sempre. Non mi addormento, fa anche caldo… esco fuori. Riprovo a dormire, rismadonno Finot e il suo pescaggio da 170 cm, poi emerge il mio lato illuminista. Progetto di ruotare la barca prua a mare, così da trasformare il rollio in beccheggio. Cosa già fatta, ci penso a lungo, le condizioni sarebbero ideali per tentare. Rimugino, poi agisco. Lego una cima alla bitta di poppa, la passo fuori murata fino a prua, dal musone la faccio entrare e la lego allo stroppo che è abbozzato come sempre alla catena, per scaricare il verricello sulla bitta.
Scavallo la gassa dalla bitta e butto tutto il tessile a mare. Ora ho una cima che da poppa arriva alla catena dell’ancora, qualche metro sott’acqua.
Calo qualche altro metro di catena, poi torno a poppa e tiro su la cima, mettendola in tensione. Più tiro da poppa e più la barca gira, fin quasi a diventare un ancoraggio di poppa.
Passo la prima parte della notte a giostrare tra prua e poppa, fino a che non mi ritengo soddisfatto. O forse la risacca cala. Comunque sia, prendo sonno, nonostante tutto.