Vai al contenuto

La fine del primo giorno

A Palmarola, cercando libertà.

Gianni e Pinotto

Abbiamo beccato il Maestrale rosso di Lamma, che sembrava Sardegna.
Abbiamo scordato il prosciutto al banco del Conad, sicuramente lasciato lì sul banco, e mangiato panini con la mozzarella (poca).
Abbiamo passato la serata sventolati di raffiche, abbarbicati all’ancora nella folla di Frontone, sicuramente troppo vicini ad un cat, ma meglio che agli scogli. Abbiamo cenato a birra e anacardi, meglio che niente.
Abbiamo dormito, però, alla grande, poi sistemato un altro pezzo di barca dall’abbandono del Covid.
Abbiamo gettato tovagliette e tovaglie, cuscini e presine. Quel che non c’è non va lavato.
Abbiamo preso il tender e siamo scesi giù a terra, salutato persone, cose ed animali. Comprato tovaglie, presine e tappetini, dal ferramenta, e dove se no?
Ora siamo qui, all’Arco Naturale, assieme a moltitudini, per un bagno, in attesa del Vento Propizio per salpare. Augh!

Parte seconda

Atterro a Lucia Rosa, dopo qualche ora di bolina, variabile in direzione ed intensità.
È vero che il vento gira secondo il sole ed il passaggio di questa perturbina, da Levante, verso Scirocco e Mezzogiorno, ma ben prima di Zannone mi ha sorpreso, tornando indietro di una 50ina di gradi. La prua, che oramai era scaduta su Palmarola, d’improvviso puntava Zannone. È durato un po’, poi ha ripreso il suo giro, consentendomi una fonda vicino ai Faraglioni.
All’arrivo, PJ riemerge dalla cabina, con un panino in mano. “M’ha svegliato la fame…”, cucciola…
Quivi nessuno fa il bagno, le molte barche sono intente nell’inoperoso dopopranzo, unica attività che si concedono è lanciare urli al motoscafo Algida per un gelatino (anche noi, si).
Ciò fatto, e abbozzato qualche lavaggio qua e là’, decido di muovere per trainare un po’ una lenzetta. Passo i faraglioni, costeggio le rocce di color giallo, supero Capo Bianco, dove i frangenti a volte confondono qualche preda (oggi no).
Attraverso Chiaia di Luna, sperando nel delfino, accosto di nuovo al Fieno, col mare che batte.
Sono troppo vicino alla costa, il mare da Sud non mi darebbe il tempo per nulla, se il motore si fermasse. Son cose da non fare, giustificate solo da uno scoop superiore: la Pesca. Pescare Necesse Est, dicevano i Latini. Peccato che neanche la passata al Fieno produce effetti, del resto sto pigramente girando con la sola lenza a galla, facile e però di solito ampia di gamma pescabile.
Invece nulla turba la continuità della navigazione, superiamo indenni il Faro, la Scarrupata, il Calzone Muto, la Parata degli Scotti, gli scogli della Madonna, le Grotte, fino ad arrivare davanti alla Cesare, dove recupero la lenza e studio la situazione per la notte.
È ancora presto, sono le 16,30. Ma a Frontone forse si balla, c’è poi qualche vela nella rada del porto, mi avvicino. La CP veglia la zona delle 4 boe, vado a chiedere il permesso di calare il ferro, che mi viene, eccezionalmente, vista l’ora, gentilmente accordato. E vai.
Ancoro regolare, poi mi accingo alla battaglietta del gonfiaggio del tender. Avevo quasi pensato di pagare un pontile, per risparmiarmela, poi vabbè’, tanto prima o poi…. è che mi piace viaggiare con il ponte sgombro, si fa meglio vela e si gode di più. Peraltro anche una cabina piena di un gommone sgonfio non è il massimo….
Gonfio, travaso benzina, piazzo il fuoribordo, il serbatoio, i remi, accendo, va. Giusto il frigorifero, non riesco a far partire, cacchio.
Vabbè. Tempo di doccia, anche perché nel frattempo, piove. Mi infilo il costume da battaglia e delizio l’isola del mio corpo insaponato. Smetterà’, scenderemo, ceneremo, si, sicuro.

Senza Parole strikes again!

A mezzanotte parcheggiamo furtivi nel piazzale del porto. Siamo al termine di un venerdì lungo, di lavoro, di fuga, di abbandono bambini, di splendida cena con amici sulla spiaggia di Sabaudia. Non conosciamo più quasi nulla, di questo posto. Sarà lo champagne, ma il viale di Lacona era senza alberi, o forse non ci sono mai stati, ma a me sembrava comunque diverso in qualcosa. Al porto, non troviamo più il bar, c’è una trattoria nuova che ci confonde la geometria dei luoghi. E un dehor vetrato mai visto prima. Un gatto rincorre un animale misterioso, pare un topolino minimo, e invece è una falena grossa come un passerotto. Questa scena, ripensata ora, assevera decisamente l’ipotesi che me so’ mbriacato, però l’ha vista PJ per prima. Imbocchiamo il pontile, cancello sbarrato. Già penso di trovarlo chiuso, e invece si apre. Trovo Senza Parole al suo posto, cosa che a San Felice non è mai una certezza.
Non ho barche a fianco, riesco quindi a godermela in tutta la sua murata immacolata, perfetta (era buio, ma godiamo di quel che abbiamo).

Salto a bordo, mollo a prua per avvicinare la barca al pontile, imbarco PJ con presa leggiadra da pattinaggio artistico, entriamo, attacco le batterie, il quadro, le luci. La dinette si illumina e mostra le magagne di 8 mesi di abbandono, macchie di muffa ovunque. PJ siede silente vicino al carteggio, io armeggio e seleziono un alcol, ignaro di essere stato così prezioso bei mesi scorsi, e procedo forsennatamente a quella che ora si chiama “santificazione delle superfici”. I cieletti sono i più bastardi.
In una mezz’ora, rendo la barca decente, cambio lenzuola e cuscini, prendendone di nuovi, attacco il Webasto e poi una stufetta elettrica, metto a letto PJ e poi proseguo a pulire.
Infine mi calo un Moment e di soppiatto mi imbusto solitario nella cabina di poppa, dove dormo il sonno dei giusto fino a quando sogno di trovarmi in mezzo al porto, col cavo della corrente strappato, il Genoa srollato a mare, i legni marci e il motore che non parte.
Capisco che è ora di alzarmi, fare colazione, comprare detersivi più efficaci, pagare il parcheggio… questi pensieri, assieme al cielo bigio ed al Levante che mi entra a bordo, allontanano da me il desiderio di muovere, poi però parlo con Saverio, che va, con Giorgio uno e Giorgio due, che mi rassicurano, e sopratutto con PJ che mi dice che vuole scendere a Ponza.
E così, come sempre, una giornata di lavoretti di banchina si trasforma in una molto ipotetica giornata di lavori in navigazione. Molliamo. E andiamo.

L’estate è finita

Ho scattato una foto, ieri, a Ventotene.
Era una Ventotene già svuotata, pur di venerdì, vuota dei charter rientrati, vuota di weekender fermati dal meteo, vuota nel Porto nuovo di Cala Rossano, troppo grande, troppo aperto perfino alle brezze serali. C’era la mia faccia ancora cotta dal sole ma già con la malinconia di settembre. Dietro il Porto Romano, il mare, le barche.
Stasera ho voluto mettermi nella rada, a Ponza. Frontone troppo triste, arrivando a vela da Est, sotto una foschia grigia, povero di barche e animazione. Meglio le luci, e la calma del porto.
È già un mood autunnale, fatto di magliette a maniche lunghe, di brezze che non arrivano al verde chiaro di Lamma, di voglia di casa. È prevista pioggia, domani e lunedì. Il primo settembre non viene per caso.
Ci sono le partite, Juve Napoli la ascolto qui dalla barca, per mezzo dei boati della piazzetta, riesco a percepire gol e anche i pali.
Niente si muove, in barca sono solo, sospeso tra una realtà precaria e l’imminente rientro tempestoso.

Notte difficile

Le previsioni, da una settimana, si palleggiavano la possibilità che entrasse una perturbazione, da giovedì, cioè da oggi. Prima la davano, con sconquassi, poi se la sono rimangiata.
Noi stasera ci siamo ancorati a Palmarola, lato ovest, in una calma rara, ma chiaramente foriera di novita’ imminenti. Lampi all’orizzonte.
Dopo l’una, entra l’onda.
Mi sposto subito, memore di lezioni antiche di vecchi maestri. Mi metto sul lato Est, a togliermi dall’onda.
Continua a lampare ad Ovest. Alle due, viene emesso avviso di burrasca. Isolati temporali con colpi di vento su Tirreno centrale ovest, previsti Tirreno centrale est.
Alle 5 entra il vento, poi un po’ di pioggia, poi più o meno calma. Leggo il meteo.it, per curiosità. Un articolo due minuti prima della mezzanotte da le previsioni per il giorno dopo. In pratica pure loro ti danno la situazione, rincorrendo la realtà.

Realtà per realtà, tanto vale osservarla dalla fonte:

(Grazie a Giuseppe, al radar meteo non avevo pensato)

Domenica

La foto è di Serena. Io avevo le unghie conficcate nella ruota del timone, le gambe allargate a puntellarmi. Doveva essere forza4… sotto la montagna sfiorava i 30 nodi… augh

Festa

Arrivare ad ancorare che il sole è già tramontato, la prima bottiglia già stappata. Le docce, fatte in navigazione sulla plancetta, i capelli asciugati dal vento. La certezza che c’è il solito posto che ti aspetta, al Frontone, un po’ a destra.
E scoprire che vicino a te ci sono amici che ti salutano, ancorare accanto, nel letto del vento che pettina tutte le barche parallele.
Siamo tanti, è una festa di chiacchiere e luci che si accendono, profumi che si spandono. La voglia di scendere a terra viene meno, si sta bene così’.
Poi arriva una altra barca e sono altre bracciate di saluti, è un Halberg Rassy ben noto, con due bimbi oramai avvezzi alla marineria più spericolata, una a prua vicino all’ancora, l’altro arrampicato sul bimini.
C’è chi ama rada solitarie, e capisco. Però anche così è bello, finché c’è posto, finché si può.

Storia di un elica 2

Eravamo alla fine tutte pronte, intruppate nel tender e dirette verso le seduzioni ponzesi, quando decido di dare un po’ più di gas al fuoribordo. “Squeck- squeck-squeck”
Rumori strani provengono dall’elica.
Tolgo gas.
Spariscono.
Rido’, ari squeck.
“Abbiamo mangiato troppe patatine?” Chiede Jenny.
Boh? Ipotizzo grasso che manca nel piede, spero sia solo l’elica sporca, intanto mi arrendo ad andar piano, arrivando alle scalette.
Ponza e’ come dovrebbe essere in un venerdì di luglio, qualche famoso, qualche nipote, giovinastri lucidi che perdono neuroni dietro ad un tavolino, folla da Oresteria, con le ragazze che attendono impazienti.
Dopo i miei giri che non possono tralasciare una sosta da Marcello di “Pesca in mare Ponza”, riprendo il tender per andare a dormire.
È stata una giornata lunghetta, cominciata all’alba col tirare un cavo dal salpa ancora al rele’ sotto la cuccetta di prua. Da 2 anni non andava più il comando di risalita, dopo mille prove ho capito che era proprio il cavo a non andare.
Poi la navigazione fino a Palmarola, con giro dell’isola, grotte incluse, e infine il trasferimento a Ponza. Mi merito un bel sonno.
Da solo in tender, piano piano do’ gas, poi il problema diventa chiaro. Il motore gira e l’elica non prende. Para strappi rotto.
Maledico i miei amici barbieri, ultimi ad usare il tender, però potrebbero anche essere le troppe patatine, sai mai che sia giunta la sua ora?
Questo cavolo di para strappi fa parte integrante dell’elica, è un giunto di gomma che connette la parte con le pale al mozzo con il millerighe. Il fatto è che non si cambia, tocca cambiare elica.
La scorsa volta ci avevo fatto un post (Storia di un’elica), sopratutto ero in Corsica e non sapevo come fare.
Stavolta ho l’elica di allora di rispetto, riparata piantandoci 3 viti alla bell’e meglio.
Stamane la cambio. La provo. Va. Non so per quanto, ma va. Intanto la cerco su Amazon, c’è, costa una cinquantina di euro… e vabbè.

Lunedi

La calma, piano piano, si impossessa della serata, a Cala dell’Acqua. Ho srotolato tutta la catena che ho, su 10 – 12 metri di fondale. Quasi quasi potrei arrivare a prendere, con una cima lunga, quella bitta che c’è sulla punta di roccia a terra, tra la caletta e l’ex cava. Con una cima a terra, da dove il vento proverrà, starei tra due guanciali, stanotte. Ma la manovra, in Italia, è poco gradita, e lascio perdere.
Volenterosi, i miei amici barbieri si organizzano per scendere a terra. Poi mi mandano un vocale in cui mi dicono di aver preso il bus per Ponza porto! Meno male che aspettiamo la burrasca… vabbè, tanto per ora è tutto calmo.
Alla fine, il vento entra verso le due e mezza. Esco a togliere il tendalino, la barca e’ immobile, le altre lontane.
Al mattino, c’è anche un po’ di sole (imprevisto). Vento da nord-est, che a guardar a largo mette paura.
Fresco e nuvolo, ma alterno a schiarite, questo Levante pare vento di tempo buono, una tramontana amica. E così la giornata, che era sulla carta persa, diventa perfetta. Secca che invoglia a fare il bagno, fresca che non mettiamo il tendalino. Tutto il cielo, mutevole, ma volto al bello, è per noi. La vera svolta arriva mentre sono intento a rassettare un po’ il cassetto delle posate. Guardia Costiera.
Amichevole, però: ci fa spostare, perché deve uscire la nave dell’acqua, la Cesare. Questa Cesare, già ieri ha fatto spostare un motoscafo, nella sua manovra d’attracco. Ora sgombra in pratica l’intera cala, anche noi che siamo sopravvento di un pezzo.
Dato che levo ancora, e che tutti mi fregano li mejo posti rimasti, e che nel frattempo è proprio uscito il sole, muovo per Lucia Rosa.
Qui, sarà che è lunedì, sarà’ il tempo cattivo, ma ci sono un po’ di barche, non troppe, tutte stranamente educate e silenziose. Nessun tender, niente musica, niente sguazzi in acqua. A parte noi, ovviamente.
E allora metto maschera e pinne e mi diverto a recuperar robe dal fondo, dove spesso poi c’è il polpetto che ha fatto la sua tana. Un barattolo di vetro lo lascio, c’è una conserva viva di tentacoli.
Poi cucino il barracuda di ieri alla Tennent’s, la birra preferita del nostro tour leader Ciccio.
Si fa il tempo di muover, nonostante fuori ci sia ancora il mare bianco di spuma.
Parto con una mano, e il genoa rollato a metà come un fiocchetto. Pare cautela eccessiva, e invece ci vuol tutta, comando di scarrellare, pure.
Qualche secchiata entra, poi piano piano cala e gira. Ci infiliamo sotto la Nuvola del Circeo a tutta tela, che fatico a mantener la pressione sul timone.
Anche questo weekend dal meteo complicato l’abbiamo sfangato, senza troppi danni, giusto lo strapuntino Made in Legno Senza Parole ante litteram, che stretto tra il culo del Ciccio e una poderosa ondata da sotto, ha spezzato la fibra. Sarà durato 10 anni, era ora.