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Nuova opera viva

Senza Parole ha fatto carena! Non si può non venir giù a provarla, anche se ci muoviamo da Roma sabato alle 11, anche se poi dobbiamo passare anche per Anzio a lasciar i bimbi, anche se è un weekend in cui vorremmo riposare.
Riesco a mollare verso le due, c’è poca aria e stretta in bolina. L’aiuto con un 1800 rpm della vela di ferro che ho sotto.
A 8 miglia spengo, si va lo stesso, ora più larghi. Incredibile avere una catena pulita… si percepisce proprio una sensazione diversa.
Ancoriamo al Core, per un bagno al volo. Tante tante barche. All’Arco, una festa galleggiante. Almeno un paio di barche fitte di gente come fossero neri dell’africa ad aspettare un soccorso ONG. Mi chiedo le povere coperte se sono immaginate per un carico simili, e i poveri armatori, magari noleggiatori. Chi avrà inventato un simile imbarbarimento della nautica?
Bah! Proseguo, anziano e barbogio, verso la mattonella frontonica, oggi più a terra del solito. Quivi ancoro e tosto mi amminchio ad aggiustar luci di via, tra i lamenti dell’equipo sottoposto al rollar, classico effetto rientro di quest’ora.
Vado a prora, armato di Leatherman e nastro, quanto basta per qualunque riparazione. Ne’ rosso, ne’ verde funzionano. Da anni combatto, che ogni volta che devi cambiar una lampadina, trovi viti ossidate, bestemmie, poi cadono a mare, allora prendi e nastri tutto, pero’ la tenuta stagna, stranamente, non è più così stagna, e allora si ossida e allora daje a CRC.
Ma oggi non basta. Il verde da’ pallidi segni di accensione, poi cade a mare la lampadina (un classico). Il rosso va, dopo un po’ di spippolamento, allora provo colla lampadina del rosso il verde, ma niente.
Pulisco, scartavetro, riprovo… non va più manco il rosso. Boh! Prendo una lampadina nuova, toh, adesso vanno entrambe. Chiudi tutto, smollo il tender e in breve siamo pronti per partir.
E’ che danno Levante 4, già nel dopo cena, e vorrei esser pronto a salpare con un minimo di luci di via. Ma intanto corriamo verso le mondanità.
Alla scaletta, osservo scendere dal taxi-gommone umanità di quel genere che ha investito più in silicone che in stoffa per coprirlo. Elisabetta, oggi scesa così com’era, la becco pure lei ad osservare tutta quella mercanzia tirata a lucido.
Alla fine, il divertente di queste nostre veloci scese a terra è proprio questo: osservare la fauna vestita a festa che si gioca le sue chance. Noi da parte nostra non manchiamo gli appuntamenti fondamentali: – passata alla nautica Mazzella, per lampadine e giochi di papà
– di corsa da Oreste e Valentina, gli unici che ci sopportano a cena, per prender un antipasto, un primo, un secondo (in quattro), poi ordino anche anelli fritti per decenza, ma l’insubordinazione minorile a stento mi permette di mangiarli.
– giochi e corse dei piccini nella piazzetta fu Welcome’s, con incontro casuale per il terzo anno consecutivo con il ragazzo-padre con bimbo come Daniel – gelato con Giuseppe e Francesca e i Ioro nuovi cuccioli.
Poi si rientra a bordo, non prima di aver preso lampadine, pile pell’orologio di Senza Parole, palloncini e marionette a coccodrillo per Daniel, che da allora gira ininterrotto con questo guanto coccodrillato.
Qui ci godiamo il fresco maestrale in pozzetto, poi ingavoniamo la prole e noi medesimi: io con due bimbi in cabina piccola, la mia principessa a prua in suite armatoriale.
Vengo premiato del sagrifizio, e il Levante non sale che alle 5, delicato , ci fa stare il tempo che vogliamo, poi alle 9 si gira l’isola alla ricerca dei nostri amici.

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Finale

Sventolata

Ore 4:55.
Cabina di poppa. Apro gli occhi, 5 minuti prima della sveglia. Setto la barca per salpare, è appena chiaro.
Sale il vento, da ponente. Eppure, davano est-sud-est!
Capisco che passerà, approfitto per una salutare pausa. Quando ne riesco, è calmo. Comunico a Renato che danno avviso di burrasca… ma poi decido di muovermi.
Fuori è calmo, vado subito veloce, cerco di anticipare il cattivo tempo – e il sud-est.
Ma niente, arriva subito e con le vele bordate al massimo posso fare prua su Gavi. Poi arriva una strana nuvola, sul Circeo, a forma lenticolare.

Capisco, e arrotolo il Genoa.
Entra aria opposta: nord-ovest! Ne approfitto per guadagnare a Levante, in attesa del sud est… Dopo poco la nuvola ci sorpassa e va verso Ponza, il vento cala, ma non rigira. Piove, un po’.
E piano piano il vento risale, ma è al gran lasco, un nord-nordovest. Che va benissimo.. la ora prevista di arrivo è prima delle 9.
Andiamo tranquilli fin verso le 3-4 miglia da Gavi. In poppa piena, tanto che butto lì una farfalla.
Con questa aria, sono tentato di ancorare sul lato di Levante: Cala Gaetano. Ma le previsioni dicono sud-est…
traccheggio, poi nei pressi di Gavi strambo, diretto mure a dritta verso Cala Feola. Qui si va bene, un po’ troppo in fil di ruota… fino a che il vento sale – non me ne ero accorto prima, forse un mezzo groppo, e devo assecondare una straorza. Ne approfitto per ridurre tela: tolgo Genoa e metto una mano alla randa. Esco dalla prua al vento dalla parte “sbagliata” mure a sinistra, come se volessi doppiare Gavi. Inconsapevolmente desideravo il ridosso più a portata. Ma poi ragiono ancora che il vento girerà e conviene forse una chiama di luna, che dovrebbe riparare da nord.
Dunque occorre strambare ancora, la sola randa ridotta. Istruisco Renato per portare la randa al centro, solo che l’aria è ancora aumentata, fatica parecchio con tutto il winch. Alla fine, con la vela a tre quarti, mi pare che possa essere abbastanza, poi la costa si avvicina e non voglio finire troppo sotto: strambo.
Il boma passa con violenza mi pare cedere fino alle sartie, poi assume una posizione innaturale, di sbieco: cazzo, ho rotto la trozza. 8 rivetti e i prigionieri del pattino tranciati di netto. Il boma rimane attaccato per il vang, l’amantiglio e… boh, lo spirito santo, credo.
Altro cinema per ammainare randa, imbrogliarla alla meglio e proseguire… apro un poco di Genoa per darmi stabilità e proseguo a scendere la costa occidentale ponzese. Cala dell’acqua e cala Feola sono piene e poco ridossate da questo nord.
Proseguo. A Lucia Rosa si balla… obiettivo Chiaia di Luna. Però, ci sono barche che vengono in senso inverso.
Alla fine, entro nella cala universalmente nota come “quella prima di Lucia Rosa”. Qui ancoriamo e ci riposiamo, nella calma.
Non dura troppo. Quando sarebbe ora di operare uno spaghetto con le vongole, ecco che il vento ha girato parecchio e ora entra diritto in cala: forse un Sud – o sud-est che ruota.
Ci muoviamo, non senza difficoltà nel disancorare senza scadere troppo, e torniamo da dove siamo venuti. A Cala Feola proviamo, ma le raffiche mettono paura. Proseguo, e calo il ferro sui 13 metri della cala successiva. Qui va meglio, sopratutto esce il sole e c’è aria di bonaccia imminente. Le condizioni giuste per cuocere gli spaghetti con le vongole.
E così sia, con le mozzarelle prese da Renato e i pomodori con il basilico come contorno.
Nel dopo, Renato coordina i suoi amici per sistemare piatti e cucina, e io mi riposo un po’.
A sera, giriamo l’isola. Frontone. Si balla, per scie e per il mare vecchio. Operiamo svelti le manovre di docce e tender e scendiamo a terra.
Qui la vita brulica, ragazze in tiro vengono giù dalle barche, uomini egualmente sistemati, ma non interessati a quanto sopra, vengono a salutare il mio gruppo, poi le solite facce di Ponza, il tramonto finalmente rosa di una giornata dura.

Macchie rosse

Erano giorni d’estate, addirittura quella di una volta, governata dall’anticiclone delle Azzorre, figura mitica dei tempi di Caroselli e Baroni. Si prefigura per la settimana prossima caldo afoso, dovuto al dominio dell’anticiclone Africano, creatura che alcuni negano, in particolare i discepoli del Servizio dell’Aeronautica, tipo Sottocorona.
Sta di fatto che da quando il tempo lo fa Ilmeteo.it, c’è sempre questo Caronte, o come diavolo questi signori si inventano di chiamare il promontorio anticiclonico che si allunga sul mediterraneo da Sud.
La cosa che però mi sta più a cuore è che la transizione tra queste due entità avverrà con una pausa, nella quale una bassa fara’ strame nel Nord e pure nel centro appenninico. Disegnano proprio una areola di temporalazzi tra Marche, Toscana, alto Lazio e Umbria. Sarà forse per questo buco pressorio, che domani tutta l’aria che sta qua vorrà andare la’, generando una migrazione atmosferica dalle palme dell’isola della Cattedrale, ai castagni dell’appennini centrali. Pare ridicolo, eppure nella mappa di tutto il mediterraneo, l’unico punto con forza 7 è proprio più o meno su Palmarola. Una specie di nuvola di Fantozzi.

Vabe’ poi le successive previsioni hanno un po’ abbassato, vedremo domani che si trova… di sicuro è previsto un rapido miglioramento.
Qui i lavori di oggi hanno visto le pulizie in coperta, fatte dai ragazzi del pontile. Poi ho ripassato qualche macchia di ruggine col muriatico, e mi è piaciuto come ha sbiancato il teak. Allora gli ho dato anche al teak delle panche, poi ho fatto asciugare ingannando il tempo con qualche rifinitura di spesa, poi ho dato il nanoprom a pennello, preso da Negozio Equo. Per un po’, mi godro’ l’acqua che non bagna. Potrei, ho pensato, spennellarmi anche addosso e poi non lavarmi più? Toccherebbe provare.
Dopo pranzo ingaggio la madre di tutte le battaglie, sto girando da più di un anno con il pulsante del salpancore che non funziona a tirar su. Avevo determinato che, smucinando intorno ai cavi del rele’, qualcosa si smuoveva. Sicche’ disfaccio il letto amorevolmente fatto dalla donna delle pulizie (tanto era fatto al contrario, come sempre), tolgo i materassi, spaiolo, tolgo 9 salvagenti, e finalmente metto i piedi dove la prua fa la sua classica V.
Perché il fatto è che dal pozzetto riesco a salpare, dunque per forza deve essere il filo che dallo switch va al pulsante.
Non senza fatica lo individuo, combatto con il nastro agglomerato che nasconde alcune giunzioni, le rifaccio, provo. Un cazzo.
Ma come? Allora deve essere proprio il pulsante! Cosa che avevo già escluso. Boh.
Smonto il pulsante, giro il disco che unisce i contatti dalla parte più pulita, spruzzo il CFC electro e provo. Va.
Misteri. Forse il vero colpevole e’ la giunzione molto a corto che attacca i cavi del pulsante al circuito, più che il pulsante stesso. Quando si romperà di nuovo, mi concentrerò li.
Poi c’è la cabina di prua, dove non funzionano entrambe le luci. Questa simultaneità mi ha fatto pensare subito a quando ho smontato mezza barca perché non andava la luce di lettura, e poi il guasto era sulla massa nel quadro elettrico, dove arrivano mille cavi neri tutti dentro lo stesso morsetto. E allora ho aperto il quadro… un cazzo. Era la lampadina fulminata, non so come non faceva andare neanche la sorella.
Ci sarebbe la mooring light da cambiare, ma di andare a riva non ho voglia. Fatemi perdere ancora qualche chilo.

Al lavoro!

Uno fa tanto per cambiar vita, e poi si trova incagliato nelle settimane lavorative degli impiegati. E noi di Vela Senza Parole, a questo destino inesorabile, diciamo NO! Contro lo strapotere dell’Europa che ci vuole schiavi della Germania, ci prendiamo un giovedì e anche un venerdì per mettere un po’ a posto Senza Parole, tanto poi basta stampare un po’ di minibot e il bilancio quadrera’. Così, stamane dopo un breve passaggio al lavoro per indirizzare tre quattro cose, con piglio manageriale e tempra d’altri tempi, mi sono diretto verso il Monte Circello, che dall’alto ripara e custodisce la mia amata dalla furia degli elementi.
M’imbarco verso la mezza, con Marco che mi slaccia corrente e corpo morto – e Tonino i cavi di poppa.
Esco fuori dalle boe, mi ancoro sotto la montagna su 2 metri di fondo, mi infilo muta e guanti e mi butto armato di raschietto. Tolgo mezzo metro cubo di denti di cane, fin dove arrivo senza troppe immersioni. Resta lo skeg, la pinna, e la panciona della mia barca. Magari domani?
Rientro in porto, giusto in tempo per un panino prima che arrivi la donna delle pulizie. Ogni tanto, ci vuole una professionista.
Io intanto ripasso il tavolo fuori, la parte che resta esposta al sole si massacra e va ripulita. Ace e spazzola e poi spugna, poi ancora e ancora.
Poi una prima tranche di spesa: acqua e vino. Poi la seconda, che la tipa è ancora dentro: birra e coca e patatine.
Finalmente mi restituiscono la barca e comincio a sistemare. Getto con rammarico del cibo scaduto, nella scansia “pasta e barattoli”. Qui è accaduto che una latta di pomodoro si sia bucata… incredibile… forse avevo provato ad aprirla e mi era rimasto in mano l’anello? Fatto sta che la riesumo, bucata e ammuffita, con sversamento relativo. Sistemo tutto, scopro che ogni volta che salgo in barca compro spaghetti, ma evidentemente coi cuccioli facciamo solo pasta corta, sicche’ ho tipo 10 pacchi di spaghetti, gli ultimi appena presi. Rimedieremo.
Passo insomma il pomeriggio tra secchione della mondezza e supermercato. Alla fine, mi sono scottato le braccia con il segno della maglietta, ma la barca è tornata in ordine, finalmente.

Siamo tornati

Impossibile scriver post. Bimbi, telefono sempre scarico , quando non impazzito come ora.
Ponza, Palmarola e chiavi della macchina cadute in porto. Ma ce l’abbiamo fatta lo stesso.

S