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Gaeta

10 agosto 2018

Agapi Mas, αγάπη μας, è una bella barca, che mi ritrovo a prua nella baia di Corricella, Procida. Tutti chiamano le loro barche chic con nomi in lingue strane, che lasciano in chi legge un piacevole suono ed una idea esotica. La mia: “Senza Parole”. A proposito di nomi che invece suonano italici, riceviamo visita dalla delegazione femminile di Capricci Ricci, un X55 bello e cattivo che ieri ci si è messo accanto. Ci stanno seguendo da un po’ e hanno curiosità di sapere come ci siamo organizzati con i cuccioli. Il telefono da cui scrivo sta definitivamente impazzendo. Se batto invio, torna su a metà paragrafo. Dunque perdonerete, in fondo andare a capo è un retaggio del novecento. È che ora siamo invece in traversata, figuratevi che ho perfino pensato di mettere le scarpe. C’è il verde chiaro di Lamma, in bolina fino a Gaeta, ora a 29 miglia. Ho ancora su il motore, per poco, suppongo. Gaeta scelta per la direzione prevista de vento, che le ponziane sarebbero state spaccate con aria in prua. Mi chiamano giù… guaietto con Daniel, che sta iniziando a togliere il pannolino. Con agilità raccolgo e getto ecologicamente a mare, spruzzo e pulisco per terra. Poi scendo a prendere le scarpe nuove (è ora, e la navigazione mi mette cattivo umore per una corrente che leggo contraria) e trovo altro sporco in giro. Faccio pulire i piedi al piccolo, poi torno su, ed un istante prima di infilare le scarpe, per miracolo, controllo anche i miei. Insomma, sto ancora senza scarpe che ora ho i piedi bagnati e la barca con macchie sospette. Dice che porta fortuna, io per ora ho solo litigato con PJ, vabbè. Presto sento lo scarico del motore che gorgoglia, un rumore nuovo… la barca è così sbandata che è finito sott’acqua, segno che è ora di spegnere. Faccio circa 5 nodi, qualcosa meno, poi il vento cresce e arrivo anche a 6, la corrente malvagia ha smesso di agire contro. Metto le scarpe e mi organizzo per questa lunga bolina. 15 miglia, di 32, a destinazione. Si va sul binario, a 5,9. Dopo aver messo a segno le vele, sono passato a regolare il tendalino. Impossibile toglierlo, con due infanti a bordo, cerco di farmi rubare il meno possibile. Il mio tendalino ha una lunga storia, e così i suoi archi, in parte a me ignota in quanto ereditata dalla vita precedente di Senza Parole. In breve la sua forma non è quel paraboloide perfetto che ricordo aveva da nuova. Fa una bella panza, poi ha il sacco di raccolta mezzo al vento, che le lampo, anche subito dopo riparate, son durate mezza traversata. Insomma mi do da fare per cazzare a dovere anche questo malandato bimini, e guadagno mezzo nodo. O almeno così pare. All’improvviso, vorrei liberarmi di tutto quel che ho in coperta: tender, atollo di PJ, anulare, rete della battagliola, ma anche draglie, candelieri, pulpiti e balconi. Allora si, che bolinerei, ragiono. Ok, non si può. Ma si potrebbe sviluppare un bimini alare che dia portanza… perché no? Praticamente un alettone, tipo le modifiche che si facevano alle auto tipo la uno, per farle sembrare dei mostri da rally. Ok, vabbè, forse non è esattamente lo sviluppo migliore possibile della nautica da diporto. Navighiamo abbastanza bene, il vento cresce piano, il mare è ancora appena increspato di ondine frequenti, penso che non si manterrà così tranquillo, ma oramai siamo vicini a terra, anzi, stiamo costeggiando lungo la costa di Baia Domizia, che tante volte ho percorso in auto rientrando da Pozzuoli verso Anzio. A prua c’è pure terra, che la costa tra Gaeta e Capo Circeo forma un angolo quasi retto con la precedente.

Le ultime 10 miglia, prevedibilmente, si rivelano tostarelle. Chiudo gli osteriggi, quasi prima che entrino le prime ondate. Sgonfio l’atollo, appena qualche minuto dopo che cominci ad esser troppo tardi. Perfino, riduco la randa solo una mezz’ora dopo averlo pensato la prima volta. Sono solo a portare la barca, le donne gestiscono i due piccoli, tra sotto, fino a che resistono e sopra. Ma va tutto bene, arriviamo in anticipo sul navigatore e, sopratutto, sul Grand Soleil che mi è stato avanti tutto il tempo. Lui ha ridotto Genoa, poi forse è svenuto e ha dimenticato di metterlo a segno, mentre io dietro con la bava alla bocca gli mangiavo metro su metro trimmando perfino il bimini. Cose normali. Mi godo l’entrata nel golfo a vela, nel silenzio dell’acqua calma. Poi è tempo di toglier vela, prima il genoa, poi accendere il motore, poi la randa. Ma il motore non si accende. Giro la chiavetta, il quadro si illumina, ma se proseguo, si spegne e il motorino non gira. Uhm. Già penso che sia fuso per la storia dello scarico sommerso, o del riser otturato, o di qualunque passaggio di manutenzione prescritto dalla banchina dei forum – e regolarmente ignorato. Apro. Tocco… non è bollente. Giro a mano il volano, con qualche sforzo e sporcata di mano, va. Riprovo, niente. Metto il motore nel punto morto superiore o inferiore o sarcazzo dove, ma insomma dove lo sforzo a girare è meno gravoso. Niente, non va. Sono con la sola randa, con una mano, a spasso nel golfo di Gaeta. A sinistra una corazzata militare. A poppa la Finanza. A prua, cantieri. C’è ancora una mossa da fare, la famosa martellata. Ma preferisco darla da ancorato. E, dunque, ancoraggio a vela sia. Localizzo una rada plausibile, tra i due porti. Ci sono altre barche. Esco un poco di Genoa, faccio due bordi, mi porto in zona. Poi arrotolo il genoa, scado un po’, vado tutto all’orza e corro a prua a mollare la frizione del verricello. L’ancora piomba su 13 metri di fondo oltre la chiglia, Zia Giova molla randa, PJ sta al timone. Torno a poppa, mollo drizza e la randa viene giù. Quasi bene. Insomma, ancoro. Ora mi armo per la lotta con il motore. Prima però voglio vedere se come penso il rotore del motorino di avviamento è bloccato e gli ampere salgono a fondo scala. Allora chiedo a zia Giova di accendere. Lei gira la chiave, parte il familiare fischio, poi prosegue il familiare fischio… le urlo di continuare a girare la chiave, lei esegue, e come d’incanto il motore gira. Non lo facevo fischiare abbastanza? Chissà… qualcosa si sta forse e comunque per rompere, ma intanto, va. Va tanto che mi sposto più a terra, dove sono altre barche (una) che presumibilmente dormiranno in rada come me. Poi calo il tender e scendiamo a terra. Stasera il programma è di prendere una tiella e mangiarla a bordo. Ci sono anche le stelle e la luna nuova. Torniamo a bordo, scarichiamo tutto. È buio, finalmente posso farmi una doccia.

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