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10 e sto

A Palmarola, questa notte, ci sono una miriade di barche, il numero di barche che una volta avresti visto a Ponza. Quando ho preso Senza Parole, per star tranquillo ancoravo al Core, terza cala dal porto. Ora l’equivalente è Cala Gaetano, ultima casa di Ponza. Core, Cala Inferno, Arco Naturale… tutte piene di lucette accese. Più Palmarola, i pontili, eccetera… io sarei curioso di sapere quante barche può reggere l’arcipelago, in fondo senza collassare, l’acqua resta pulita, giusto il passaggio continuo rovina la tranquillità.
Io ed Elisabetta, per una volta, abbiamo i bimbi che dormono, ceniamo al crepuscolo, che diventa buio, cullato dal dolce ronzio di un paio di gruppi elettrogeni. Uno a Nord, lontano, l’altro più discreto a Sud, però proprio accanto a noi. Il dannato motoscafaro non spegnerà mai, tutta la notte e anche la mattina. Poi Roberto mi suggerisce: aria condizionata. Il tipo ha dormito al fresco, mortacci sua.
All’alba i cuccioli si svegliano. L’aria è umida e immobile. Il primo bagno lo facciamo che il mare è ancora in ombra, se mi si concede l’assurdo. Metto maschera e pinne, il sabbione di Palmarola è tutto per me, senza che nessuno possa disturbare il mio volo subacqueo. Per qualche istante, poi vedo 3 meduse e devo procurare di deviare i bimbi dalla loro direzione.
Ci muoviamo presto, abbandonando il nostro amico gruppo elettrogeno ancora in funzione. Giro piano l’isola, attraversando i bassi fondali dei Vardelli. Dovrei avere profondità sufficiente ovunque, eppoi ci sono passato mille volte, eppure oggi è così limpida che mi trovo a fare lo slalom tra rocce che appaiono a pelo d’acqua. La lenza a galla sempre armata, arrivo piano piano ai Faraglioni di mezzogiorno, da qui prendo e tiro verso Ovest, calando lenza apposita per fondali più profondi.
La giornata è caliente e umida, sono solo le nove e già si crepa. Giro – il piccolo butta la spazzola a mare – rigiro ampio, a fatica ritrovo il punto ed ho finalmente modo di usare il coppo.
Arrivato un po’ in la’, la faccia esangue di Elisabetta mi impone uno stop. Giro la barca, entra un alito di vento, provo a fermarmi in mezzo al passaggio dei faraglioni di Mezzogiorno, imbuto di roccia per i metri venti di oggi, e riesco a rinfrescare un po’ la moglie.
Poi non si sta, come sempre, per il traffico. Allora riprendo il giro, evito il Francese e punto Cala Tramontana. Qui c’è uno strano rientro di aria da nord ovest, le prue sono allineate in fuori, e poi la Cattedrale tradisce mai. Si sta bene e freschi, si può tentare di cucinare e mangiare in pace.
Qui, tra un bagno e l’altro, disarmo il tender e mi preparo per rientrare sulla terraferma.

9

Punta Bianca, il nuovo ristorante sul corso di Ponza, ci è piaciuto. Ti deve divertire mangiare in mezzo alla gente che passa su e giù, per il resto il servizio è ottimo e veloce ed i piatti semplici, particolari e curati. Se poi non hai un bambino che vuota i bicchieri in terra e lancia gli spaghetti per aria, probabilmente l’esperienza potrebbe anche migliorare.
La notte in rada scorre tra le più tranquille di sempre. Barca immobile nel silenzio assoluto e calma di vento. Così ferma che mi sveglio io per primo, faccio casino e sveglio tutti troppo presto.
Solito giro a terra, poi con PJ in debito di fresco, muovo la barca verso Nord. È presto, non saranno manco le 9, mi scorro tutta l’isola nell’acqua immobile, ancora per poco. Di qui a un’ora, la superficie sarà violata da mille barche al minuto, inquinata da brutte scie nella sua trasparenza assoluta.
Facciamo in tempo a fare un bagno in una Cala Gaetano super tranquilla, anche se quasi tutta occupata da un mega yacht con codazzo di moto d’acqua, gonfiabili, scivoli, piscine. Tutto per fortuna immobile, che i ricchi dormono, a quest’ora.
Noi invece la vera ricchezza pensiamo sia altro, come diceva Checco Zalone, minimo l’elicottero. E un bagno con i bimbi felici nel mare celeste.
Prima che l’idillio scompaia, giro l’isola alla ricerca di un posto con poco passaggio. La Cala di Lucia Rosa, sulla carta lo potrebbe essere. Ma invece sul lato Sud c’è sporco e meduse, sul lato Nord un po’ di immancabile risacca da Sud Ovest, che ci fa pranzare rollando come nel film di Charlie Chaplin. Fa anche caldo, che si fa il bagno anche dopo pranzo, alla faccia delle 3 ore.
Alla fine riesco a rimettere il naviglio in rotta, verso Palmarola, nella chiara speranza di addormentare i cuccioli. Ma, ahimè’, ho dato solo genoa, e procedo tipo a 2 nodi, le due jene si fanno un baffo del movimento lento, e continuano a saltarmi addosso.
Tento una ultima carta, pesca a traina alle secche di tramontana, ma, mentre calo, accade un evento nefasto, mi si spezza il filo metallico della lenza. Lo fa, quando è vecchio. C’è chi lo cambia preventivamente ogni anno, io aspetto che succeda.
Comincio ad elucubrare la battaglietta di ricambio filo, che per fortuna ho. Non è banale, si tratta di togliere il vecchio rimasto e ricaricare 300 metri di filo di Monel. Mentre navighiamo verso un ancoraggio, libero una bobina quasi finita, ci incastro dentro un cucchiaio di legno rubato in cucina e con l’avvitatore lo faccio girare. Va una meraviglia, il mulinello è libero per accogliere il nuovo filo.
Arriviamo verso le 17 allo Scoglio Spermaturo, di Palmarola, dove occupo una chiazza di calma al centro della scena, deve essere appena andato via e qualcuno. Mentre i cuccioli anelano un bagno, io lego a prua la bobina nuova e con il mulinello me la faccio su da poppa. Ci sarebbe da mettere terminale e rapala, ma prima preparo i bimbi per il bagno.
L’acqua è una roba spettacolare, soprattutto noto che qui non c’è l’andirivieni col porto che crea mare agitato anche nei giorni di calma.

Terminata questa fase, ho da smarcare una promessa, devo fare un po’ di foto ad Elisabetta per una sua gara con le amiche. Solo che ci vuole una luce particolare dalle spalle, con mare sullo sfondo, presa a prua… niente, devo tornare per forza alle secche di Tramontana. Completo dunque il terminale e mi incammino. Qui devo quadrare luce, ombre, inquadratura, e passata col monel.
Una roba difficilissima. E infatti, non prendo una cippa, tranne il fondo una volta sola, che mi aiuta a marcare la nuova lenza. Faccio però un sacco di foto.
Stanchi ma felici, e coi bimbi che finalmente dormono, ci avviamo ad ancorare nel mio solito posto, sotto la franata dei Vardelli. Qui ceniamo a patate fritte e ci godiamo le stelle di San Lorenzo.

Otto

Ilmeteo, qualcosa ha mancato, o forse non ho letto bene io.
Ieri pomeriggio era nuvoloso, o velato. Il Maestrale previsto non ha alzato. Ha girato a Levante al tramonto, prima giusto una mossa, poi un po’ di più, ma solo un passaggio, poi nella notte ha calmato, ed al mattino è di nuovo Nord Ovest. Insomma, è passata una piccola bassa pressione, che non avevo sentito annunciare.
Bene così, oggi è bello, il che aiuta un po’ a distenderci. Coi bimbi è proprio una continua lotta, fare le cose sempre un po’ più complicato.
La giornata inizia alle 6,30, per dire: alle otto avevamo già fatto la seconda colazione al bar. Alle 8,30 la seconda spesa, che quando Elisabetta ha scoperto che c’era un Conad a Ponza, c’è voluta andare nonostante avessimo già fatto tappa al super del porto.
Va beh. Oggi incontri al vertice con l’amico Bino, il cugino Filippo e i loro gonfiabili di dubbia moralità.
Ci incrociamo al Core, e concordiamo su Zannone. Il tempo è buono, e’ domenica e ci sarà casino: Zannone è di ancoraggio esposto ma tranquillo.
Ci arrivo dopo aver un po’ tentato la pesca ai soliti posti, seccato da una presa quasi sicura, una partenza di canna di quelle misteriose, in cui non fai in tempo a sentire il pesce che già se ne è andato. Su 50 di barometrica – non poteva essere fondo. Pazienza.
A Zannone c’è sempre una corrente assassina. Il gioco di oggi si è chiamato “ripesca i figli”. Emanuel coi suoi braccioli e il nuoto a cagnolino non ce la faceva proprio, PJ con lui neanche, diciamo che mi sono divertito, anche a riprendere le posate affondate nel lavaggio sulla spiaggetta (due volte).
Pranzo con il barracuda di ieri, fritto in pastella, già che friggevo ho fatto anche due patatine, e marinato al limone con battuto di capperi e olio da tirar su stile scarpetta.
Ai primi cenni di rientro, sotto bel maestrale, tutti si sono allungati. Minu per terra in pozzetto accanto a me, era all’ombra e tanto bastava alla madre.
Ho dato il solo Genoa, che bastava a fare 6 e oltre, pure troppo per il rapala pagliaccio preso pochi giorni fa. Me lo so’ perso, ma non mi dispiace troppo, mi stava antipatico con le sue ancorette fine e la paletta piccina.
Ho fatto bella vela tranquilla, leggendo di altri rapimenti e uccisioni raccontati da Picca, poi verso le 5 sono arrivato in zona Porto/Frontone. Ho provato Frontone, per un bagno, ma il passaggio continuo mi ha innervosito. Allora sono entrato in rada, c’era ancora posto buono. Qui il fischio di chiusura dello Yanmar, me tapino, ha svegliato il piccolo. Pace finita! Ma anche no.
Ci godiamo stranamente sereni, con Elisabetta, il passaggio di barche, le docce, le vestizioni dei piccini, qualche foto per loro. Stasera: cena fuori al Punta Bianca.

Sette

Emanuel è un modello di sveglia infallibile, che meglio del gallo ti butta giù dall cuccetta all’alba. A seguire l’altro, e la mamma.
Scendiamo a terra a svegliare anche il paese. Gildo ci accoglie con tavoli e tavoli liberi, sono le sette e poco altro. Accanto, Punta Bianca, il ristorante che vorremmo presto provare.
I ragazzini giocano, si nascondono nelle soglie dei portoni, si buttano per terra. Paesani pietosi cercano di capire che succede, loro indifferenti a un certo punto si alzano.
La missione della mattina è cercare “il verde”. Un tempo sarebbe stato un fanale di prua, ora è una matita. Giocattolaio chiuso, ci salva l’edicolante. Poi la spesa essenziale: acqua Sant’Agata e Crodini e di nuovo a bordo.
Vado a trovare gli amici su Alba Blu, con Emanuel, a nuoto, si chiacchiera e ci si da un appuntamento per dopo al Core.
Loro vanno a terra, io penso che devo ricaricare un poco le batterie, facendo un po’ di motore. Dato che il Core è dietro l’angolo, mi allungo un po’ verso lo Scoglio Grosso, dove vedo girare un vecchio amico poi diventato sindaco, e poi proseguo verso le Formiche.
Qui ci sono due barconi di sub agli scogli, e una rete nella passata bona. Sto per desistere, poi scopro che la rete è un po’ più a largo, allora faccio due tre passate da cui emergo con un discreto barracuda.

Al Core facciamo bagni e pranzo. Subito dopo, proviamo la tattica di ieri per addormentare i cuccioli. Stavolta c’è un po’ di Sud, apro il Genoa e vado verso il largo, a 3 nodi. Dopo un po’ mi ricordo che ho lo Scoglio della Botte a prua… ed ecco che ho una destinazione. Arrivo che il piccolo e la mamma sono crollati. Resta a farmi compagnia Daniel, giro due tre volte intorno allo scoglio e poi imposto il rientro. Stavolta alzo anche randa, c’è da bolinare che ha girato a Ponente.
Vado piano, nel mare calmo e vuoto, leggendo Aurelio Picca ed il suo romanzo criminale della solita Roma degli anni settanta.
Arriviamo in tempo per ancorare in rada, nel delirio di manovre e scie di un sabato di agosto. Il mio vicino è il solito velista preoccupato – lo rassicuro – poi è lui ad avere l’ancora che non tiene e ad allontanarsi addosso ad un motoscafo di poppa. Con nonchalance che mi atterrisce, accende e, senza tirar su il ferro, con la prua lo spinge un po’ più sopravvento. Lo fa due o tre volte, poi scende sereno a terra, fornendomi il telefono, in caso di problemi. Vabbè…
Ceniamo i cuccioli alla svelta, poi ci serviamo un aperitivo sostitutivo di cena, nel tramonto di Ponza. Coi ragazzi è sempre difficile, ma noi ci proviamo.

Giorno sei

Sono in cabina con il piccolo, c’è già luce fuori. Un rumore mi sveglia, sembra una pompa che gira a vuoto.
A malincuore mi alzo, era solo un tender lontano. Abbiamo finito l’acqua, la pompa l’ho staccata, ma sai mai che qualche femmina l’ha riattaccata per sgocciolare l’ultima stilla? Fatto sta che il piccino si sveglia, ha dormito quasi ininterrottamente dalle 18 alle 6,30, con una breve pausa verso mezzanotte in cui simpaticamente è stato un’oretta a camminarmi in faccia. Giornata iniziata.
Logistica impantanata, oggi. Alle 8,00, PJ vuole scendere a terra per colazione, spesetta e stage fotografico. Alle 11,00 ZiaGiova deve essere alla biglietteria della nave – un’ora prima, col biglietto comprato on line, per regola loro. Alle 12,00, infine, ho il permesso di accostare da Ponza Mare per fare acqua.
Ora sono a bordo coi cuccioli, tra un po’ rientrerà il tender con le ragazze, intanto c’è un po’ di Levante, quello educato che mette alle 8 e non supera i 10 nodi. Pensieri di andare a traina. Di sotto, Daniel sta chiudendo Minu nel bagno. Il piccolo strilla. Poi salgono su, uno dietro l’altro.
Poi, va tutto come deve. PJ soffre il caldo, il Levante è moscio, e va a calare del tutto, creando un singolare effetto piscina. All’Arco Naturale, ancoriamo e Daniel si incuriosisce di un rametto vicino alla poppa. Un’ora dopo salpiamo, ed il rametto è ancora lì. Nel frattempo PJ ha preparato il pranzo, delle polpette Made in Ponza che la prima volta le ho digerite la notte, stavolta pure. Per smaltire, per dormire i pupi, e rinfrescare la moglie, decido di impegnare la tratta fino a Gavi, trascinando un paio di lenze, e poi mi spingo oltre, alle scogliatelle, dove cerco la passata perfetta. Perché la pesca è tutta li’, o quasi, cercare di unire i puntini pescabili nel miglior modo possibile. Penso che dovremmo essere in due, uno ad inventar traiettorie, l’altro con la canna in mano a regolare la profondità e far lavorare l’esca. Invece sono solo, mal disposto e con un bimbo sulla panca addormentato da tenere all’ombra, cosa che condiziona non poco le passate, via via che il sole s’abbassa. Alla fine lo sparo in cabina di sotto. Si sveglia, mi fissa senza vedermi e va giù di nuovo.
Chiudo la partita verso le 5, con un bottino di una lucertola, due fondi e nient’altro.
Il sole al Core è ancora feroce, il passaggio e’ continuo, la polpetta non scende. Alla fine svegliamo i ragazzini ed è obbligatorio un bagno corale. Poi cena, per loro, mentre ci trasferiamo a Frontone. Aperitivo con Carola e Roberto su Alba Blu, per il compleanno di Giorgio.
Col fresco, PJ recupera il terreno perso e vuole far tutto. Dopo l’aperitivo, spedizione a terra per gelato e passeggiata a Ponza. Con pupi.
Ponza, come in ogni agosto che ricordo dai miei 20 anni, si popola di napoletani. Eppure, non sembra piena. Le novità di quest’anno sono un ristorante accanto a Silverio, sempre pieno, aperto da ex Oresteria. E Acqua Pazza che non è più in piazzetta, sostituita dal “Bar dei Pesci”. Mossa di cui chiedo i razionali in giro, senza ottenere risposte che mi convincano.

Quinto giorno buono

Passata l’ultima pioggia, mi trovo all‘ancora nella rada del porto. Mi rilasso, la passata temporalesca è finita, sono a 100 metri dalle scalette che rappresentano la libertà per mia moglie, ho anche il pieno di benzina e di olio.
Tutto è a posto? No, perché, al buio, vedo le prue disporsi a Levante. Ricordo bene che LaMMA non portava preoccupazioni, ed infatti è solo un momentaneo forza 3 blu scuro, verde al largo. Deve essere un lascito del vortice temporalesco, che però deve passare. Fatto sta che, poi, non prendo sonno, la poppa batte, le rollate superano il mio personalissimo livello di serenità, allora esco, veglio un po’ in pozzetto, c’è la risacca che viene da lontano, onde stanche che arrivano da dove il vento è verde. Ma deve passare, ed è sostenibile. Torno ad ingavonarmi.
Mi sveglio, tardi, nella calma assoluta, ringraziando le previsioni ancora una volta.

La rada del porto batte ogni altra, se si vuole dormire bene, scendere comodi, fare colazione a terra, spesetta, e poi agili ripartire. Certo, quest’anno la scaletta della Kambusa chiede 15 euro al giorno per tenere il gommone; però la mattina che l’ho lasciato alla mercé degli scogli dello scivolo, non è andata bene. Alla fine è un servizio, e capita che anda e rianda, ci vada anche 4-5 volte al dì, e dunque se lo guadagnano.
Alle dieci, poi, si deve salpare, e così penso che si possa traversare verso Palmarola: il mare è ancora un poco mosso, ma navigabile, e poi si sta ridossati ai Faraglioni di Mezzogiorno.
Qui imposto bagno e poi pesca allo scoglio fuori, prendo 3 occhiate che rilascio subito.
Nel pomeriggio vanno via tutti, è obbligatorio far fare ancora un bagno ai cuccioli, e una pescatina a me, peccato che tiro su solo pescetti, la ricciola non la frego più, al 6 di agosto.
Si rientra veleggiando di solo genoa sotto un robusto maestrale, passato il capo si smotora allegri verso casa rada, dove mi metto davanti al pontile di Giancos.
Penso di essere furbo, calando ancora fuori dal perimetro delle boe e arretrando poi con la barca dentro, poi mentre vedo la partita al telefonino, i pontilari ormeggiano alcuni ferri da stiro enormi in testa al molo, calando le ancore pressapoco sopra la mia. E allora al 30esimo penso che forse è meglio spicciare catene alla sera, che di notte sotto levante, con le barche che scadono in banchina, che rifare la poppa ad uno di quei così potrebbe rovinarmi per sempre, e allora mesto mi salpo il ferro e cerco nuova collocazione, che trovo una barca più a Sud.
Qui insidio un vela piccina, abbandonata. Meglio. Poi ho culo, il tizio rientra e se ne va in silenzio. Ora ho praterie accanto a me.
La Roma perde, noi andiamo di spaghetto alle vongole, e una provvidenziale esigenza di gettare l’immondizia ci regala anche una breve scesa a terra con gelato. Stiamo praticamente in albergo.

Il sereno dopo le piogge del quarto giorno

Sereno fino a un certo punto

Il lungo terzo giorno

Fermi a Frontone, che meglio non c’era (con foto)

Il lungo terzo giorno

Fermi a Frontone, che meglio non c’era

La danza della pioggia del secondo giorno

Allevo una serpe in seno