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Apertura

Saranno quasi 4 mesi che non salgo a bordo, penso, mentre guido sulla Pontina vuota delle 8 del mattino. Dietro c’è Daniel, mi sono portato solo lui, prevedendo una riapertura difficile.
Elenco dentro di me le scuse, i motivi, di tanta assenza. Il Covid, certo, è comodo. I bambini, da tenere più possibile in condizioni sicure: il contrario di portarli in barca d’inverno. Ma pure che non ho più bisogno di fuggire dal mondo, o meglio, già lo fuggo a sufficienza, stando 5-6 giorni chiuso in laboratorio. Quanto ancora potrò rincorrere la manutenzione ed i costi di esercizio di Senza Parole? Non so.
Mi fermo sul pontile, ad osservarla, prima di salire a bordo. Daniel mi chiede: perché non saliamo? Prende la cima di poppa e inizia a tirarsela.
Io cerco i danni di tanta assenza, come se dovessi decidere se farmene ancora carico – o lasciar perdere. A poppa l’anulare e’ volato, ora è appeso fuori bordo. La cappa della randa e’ mezza scoperta. Quella della colonnina, scoperta del tutto. Deve avergli dato giù. Lo spray hood è mischiato in coperta, mezzo divelto.
“Papà, cosa aspettiamo?” Salto a bordo, evitando la guazza. Mollo un po’ a prua, per far salire il bimbo. Quando torno a poppa c’è il dramma, si è graffiato il dito con il legno del pontile e piange…
Non è niente! Ma non mi crede e prosegue nel pianto. La chiave non va, la serratura è incastrata, non riesco ad aprire il tambuccio.
Non so bene che fare, il crc è dentro, apro un gavone, prendo uno straccio, asciugo un po’ in giro, almeno ci si può sedere.
Poi forzo un po’ la slitta e riesco ad aprire senza girar la chiave. Entro. Dentro è umido il giusto, senza troppi disastri. Comincio ad orientarmi. Daniel intanto sempre piange . Decido di uscire, per distrarlo.
Andiamo. Funziona, un po’. Sta sempre col dito in su. Lo guardo meglio. Ha una spina! Ecco perché si lamenta così. Lo opero con un ago ed estraggo l’intrusa. Si sincera che la butti a mare. Meglio.
Poi sono le dieci e mezza, ci viene fame e pranziamo. Panini e pizza, verso Sabaudia. Poi, mi chiede un cuscino e si butta giù.
Io completo il mio solito giro, poi a Sabaudia torno indietro e metto il Genoa, a fa due bordi. Qui commetto una leggerezza. Avevo battezzato la giornata di levante leggero, e così sembrava, con la solita accelerazione data dalla montagna. E invece più esco, più intosta. Dall’Elba mi giungono notizie di scirocco. Compulso Lamma, anche qui ora chiama Scirocco. Allora viro e abbandono l’idea di bordeggiare tranquillo, che tranquillo il mare non è. Torno sotto la montagna più alto che posso, ammaino e accendo. La prua batte, Daniel dorme, si torna a casa.

Scuola-bus

Prima che chiudano regioni, città, porti e diporti, un inaspettato tempo buono mi ha costretto a muovermi. Oggi la logistica improvvisata prevede un risveglio tardo ed una truppa allargata di ben 3 piratelli.
Arriviamo comodi a parcheggiare che manca poco a mezzogiorno. Il mare è calmo, ma brilla a Ponente. Imbarco tutti e salpo, ma compulso Lamma in extremis, perché quello che vedo porterebbe ad una uscita impegnativa. Lamma non va oltre il verde pallido del Forza 4, ma qui la montagna spara bei rafficoni.
Poi capisco, è un po’ di aria che accelera intorno al monte. Comunque non mi metto a dar vela, i bimbi sono irrequieti e la mamma ha da fare a gestirli, tra dentro e fuori e le paure del mal di mare.
Così, invento di andare verso Sabaudia, risalendo il Ponente. Più vado e più cala, fino a che non riesco ad ancorare lungo la montagna, giusto poco prima di Torre Paola. Esposto sopravvento, ma tranquillo.
Qui siamo sereni abbastanza da produrre una pasta pei cuccioli accompagnata da una birretta per papo.
Ragiono di come in 15 anni di Circeo mi sarò ancorato lungo il Monte solo 3 o 4 volte. In Estate c’è troppo traffico, d’inverno c’è di solito da pescare. Eppure qui vale Zannone, quasi, senza però dover traversare il mare.
L’idillio post-prandiale dura circa 5 minuti, poi tocca move, per tenere le impazienti menti occupate.
Salpo ancora, la prua abbatte da sola nella direzione giusta, quella che in due lasconi di solo genoa mi porterà docilmente in porto.

Weekend romantico 2

A Palmarola, nel buio del dopo cena, lampi e fulmini si vedono oltre Ponza, dunque ad Est, poi li vediamo sfilare nel nero tra le isole (Sud) e poi dietro la montagna franata (Ovest). Io seguo tutto sulla pagina de ilmeteo.it dove danno il radar animato della protezione civile. C’è un ampio vortice che prende il Tirreno Meridionale, fa temporali in Sicilia e Sardegna, e però girando e ritornando su, accende fuochi su Capri, Ischia, Circeo, che lentamente si spengono debordando a mare.
Così, mentre non riesco a prender sonno profondo, mi giustifico questo anomalo Nord, che mi ha sorpreso alla Forcina. Avrei potuto ancorare a Cala Brigantina, per una volta, forse.
Comunque, spegnendosi i temporali, cala pure il vento. Se pur si balla, non corriamo rischi, e dunque pace.
All’alba verifico che ci siamo girati a Levante, come previsto. Siamo esposti, eppure vento e mare rimbalzano sulla costa e creano una zona di relativa calma, che ci permette ad esempio di fare un giro di snorkeling a Zirri e che rimpiangiamo quando arriviamo a Chiaia di Luna. Sono costretto a mettermi in fondo, sul lato Sud, per proteggermi dal passaggio continuo. Niente grotte, i barbieri si applicano nel tuffarsi dallo scoglio, mentre io recupero un po’ di sonno giù in dinette.
Quando mi sveglio, vogliono spostarsi in loco più solitario… sono peggio di me! E allora si progetta un pranzo a Zannone, dove arriviamo lenti lenti che sono quasi le 2. Il mare è incrociato, leggo una componente da grecale e qualcosa, immancabile, da Ovest. Niente snorkeling alla secca, vedo che le barche alla cala del Varo stanno belle con l’albero dritto, dunque mi dirigo sereno, abituato alle Eolie, ancoro su metri 17 di blu scuro, senza paura. Qualcuno perlustra scogli e vede granchioni, altri murene, tocca contentasse.
Altri si applicano in delicate matriciane, accompagnate da contorno di fagioli e tonno, per secondo ricciolette all’acqua savia (c’era davvero poco per farla impazzire, praticamente lesse).

“Tutto bono, peccato che mo’ se dovemo piscia’ in bocca” è la delicata rimostranza del Ciccio nei confronti della cambusa un po’ corta di alcolici fatta da Riccardo ( 12 Tennent’s, 3 lt di bianco, una boccia di Rum, due soli prosecchi) “Me fai mura’ a secco, nun se mura, a secco!”

Terminiamo di mangiare e lavar piatti che siamo già a vele piene verso casa, si arriva poi puntuali poco prima delle 18, grazie ai rafficoni della montagna che aspirano Senza Parole a 8 nodi e più.
Riccardo e Luca imparano a scarrellare, io a lascare il genoa senza lasciar il timone.

Weekend romantico

“Prendi le banane? Almeno due, così una se la magnamo”
Una volta l’anno, riusciamo ad organizzare di venire in barca, a bere la Tennent’s appositamente lasciata l’anno prima, più tutte le altre nuove. Tutti maschi, tutti con giusta panzetta, cambusa di solo colesterolo & alcol, in quantità da mensa aziendale.
C’è sempre un altoparlante Bluetooth che si materializza e la musica, alta, oggi molto classica, nel senso di Pink Floyd Genesis Eagles.

“Certo Roma è Roma…”-proclama Ciccio, dalla spiaggetta-“…ma guarda Milano!”- al che ci voltiamo tutti a guardare e sta di spalle col costume calato.

Come sempre, l’orario non è un problema… io arrivo in porto alle 7,30, loro alle 8 sono qui, cambusa fatta. Alle 9 siamo già in rotta con le lenze a mare. Equipaggio serio.

“Con pazienza e con fatica, anche il culo diventa fica” dice Ciccio, corretto da Luca, se possibile in modo ancora più volgare. C’è sapienza.

Stefano, uno nuovo, ad un certo punto sparisce giù, poi risale con un cesto di pizza bianca con la mortazza… e non sono ancora le 11. Poi le fusaie, poi le olive… quando ancora non siamo arrivati a Palmarola. Vorrei fare un passaggio radente alla Cattedrale, ma ecco che sale su un vassoio di salame, formaggio e pane, tutto affettato comodo sui 2 cm. A quel punto viene richiesto anche il vino, portato sfuso, ma freddo, nei bottiglioni Uliveto.
Nonostante tutto ciò, l’animo del team è vivo e freme per un bagno volante, altro che passaggio radente. Calo ancora già alla cattedrale, dove comunque si sta, dato il Levante timido.
Poi proseguiamo, Cala del Porto è piena, andiamo oltre, ma non è che troviamo vuoto vuoto, anzi un motoscafo mi fa grandi gesti da lontano, sto calando l’ancora dove vuol mettersi lui.
Roba da parcheggio in centro, come le due persone in due pezzi sul gommone affittato, che manovrano come fossero sulle automobiline a scontro.
“La nautica è morta”, però a fare il bagno si sta in parecchi, nonostante settembre, nonostante i titoli dei meteo allarmistici, nonostante il Covid, la crisi, le scuole, i referendum, l’11 settembre, Artena e Briatore.

Riccardo viene fuori con un polpetto. Segue ampio dibattito tra buonisti e assassini (solo Ciccio). Anche io, ahimè, di fronte al polpo, cedo nell’irrazionale compassione.

“375 metri!” riemerge Luca, dall’anda e rianda al bassofondo verso la spiaggia. Deve avere un orologio subacqueo con GPS (adoro avere nerd a bordo, come quando devi separare le bottiglie dal cellophane e ti offrono 5 coltelli sguainati su 5 ospiti).
Poi proseguiamo il giro, fermandoci ai faraglioni di Mezzogiorno. Gita alle grotte, sempre molto attesa, con immersioni varie. Poi pescatina prima in tender poi in barca, a girare gli scoglietti fuori.
Il tramonto, a Settembre, diventa difficile da far sbucare tra i faraglioni… rinuncio e vado ad ancorare tra Vardelli e Forcina, dove mi metto sempre.
La gran maggioranza di noi ha votato per stare in barca, niente paese, niente struscio. E dunque si fa la notte a Palmarola, da uomini veri.
C’è una carbonara in preparazione, un maestrale che però entra bene da Nord di infilata lungo l’isola, qualche lampo da terra che si riverbera nella foschia sopra Ponza. Sono le nove di settembre, che equivalgono alle 11 di giugno. Almeno spero.

Home

Notte tranquilla, dopo la traversata, serena proprio. La barca resta nel letto del vento tutta la notte, non si traversa, non rolla. Mi alzo comunque presto per spegnere le luci, il sole sbrilluccica sul mare di settembre.
Ci sono tante barche, ragiono che i posti si svuotano più per il tempo (quando è cattivo) che per la stagione che passa.
Restiamo qui per i bagni, le valige, le organizzazioni per il ritorno. Vediamo che piano piano la cala si svuota, Frontone è bellissima quando tutti vanno via, la usiamo come porto suo malgrado.

Ci aspetta un traversata con una bella termica. Meglio, perché sto in riserva… avrò consumato 110 litri per fare 190 miglia. Ho calcolato 3 litri ora, più o meno. Un botto. Vele mai aperte o mai portanti, corrente sfigata, veramente una faticata per il motore.
Alle 14 in punto, salpiamo. O meglio, ci proviamo, che la manovra di dare randa stando ancorati ha qualche impiccio. Quando la vela è su, la barca inizia ad andare avanti. Mi sbrigo a tirar su catena, che altrimenti la fa su direttamente lei.
Poi giochiamo con le raffiche fino a Gavi, accendo, mi faccio sdraiare dal solito rafficone dietro l’angolo e poi si va a vela, rotta Circeo, mare piatto, grande velocità. Alle 17 siamo arrivati, come da contratto, finalmente senza motori accesi.
C’è ancora da far gasolio, svuotare la barca, chiudere tutto, guidare fino a Roma. Il difficile comincia ora.

Pensieri di trasferimento

La serata a Stromboli si completa, come sempre, andando a vedere la Sciara di Fuoco. Stanotte, sarà la luna piena, o chissà cosa, la Sciara è spenta. Il vulcano però ci regala alcune belle esplosioni rosse, col botto.
Sono circa le 23, quando inizio ad accelerare e metto la prua su Ventotene. C’è ancora onda in prua, qualche volta la sento battere.
Paolo vuol fare il primo turno, così vado sotto ubbidiente… non è che dorma veramente, però ci si riposa. Alle 2 controllo l’ora e mi alzo. Fuori il vento è zero, la luna è alta, Paolo è solo in pozzetto. Rilevo il suo turno ed esigo un compagno. Mi manda su Mikael.
Sto di guardia fino all’alba, poi calo una lenza, siamo verso casa e rompo la moratoria vegetariana di questa crociera… porterò il pesce a casa.
Verso le 10, ecco infatti che la canna si srotola lentamente. Preparo tutto prima, per non coinvolgere nessun altro nell’assassinio di un sushi vivo, faccio da solo e porto a bordo un alalunga di 5 kg abbondanti.
Segue pulizia, impacchettamento ermetico, salatura bottarga, etc…. Stranamente, vengo lasciato solo, durante questa operazione.
Il mare è liscio e ondulato, niente vento. Il cielo, poco nuvoloso. Procediamo lenti con corrente contraria (delta log-sog: 1 nodo). Incontriamo uno strano uccello posato in piedi su qualcosa, sembrava un copertone mezzo affondato. Ci avviciniamo, l’uccello vola, il copertone… si immerge! Tartaruga…
Nel pomeriggio proviamo a metter prua su Ponza (OPA 24), dove il cielo si intuisce coperto. Intanto, abbiamo Ischia al traverso da circa 6 ore… non passa mai! Un poco di segnale ci riattacca al mondo. Ci vuole pazienza, e tanto gasolio.
Verso le 21 ceniamo… siamo ancora a 28 miglia dall’arrivo. Ora c’è nord-nord ovest, andiamo con la randa su che forse qualcosa porta. Molto piano, siamo sotto i 6 nodi, purtroppo ancora corrente sfavorevole.

22,30, mancano 18 miglia, si vedono le luci. Non ho ancora campo, scrivo cose su vari blog per passare il tempo. Paolo e Myriam guardano un film sul IPad… come sono rimasto indietro. 01,25 Frontone, felicemente ancorati,

Da Lipari a Stromboli, via Panarea

Sono ancorato davanti ad una lunga striscia di sabbia nera. Stromboli, Scari, a Sud del pontile.
Qui l’acqua è calma e liscia, non c’è vento. Sicuramente è una zona dove di giorno ti mandano via, sono a 50 metri dal bagnasciuga, su 20 metri di fondo, con fuori una quarantina di metri di catena appena.
Stromboli è altissima, sembra sempre di essere vicini, ed invece non arriva mai. Siamo saliti sul lato Est, dove chiazze di verde si alternano a colate di lava, in un paesaggio nordico.

Tra poco riprenderò Paolo, Fabiana e i ragazzi, e muoveremo per la Sciara di Fuoco e poi casa. Rotta su Ventotene, con possibili varianti: Circeo diretto (difficile), Ponza (ambiziosa e stimolante, per certi versi), Ventotene (la classica, però o è porto Romano o si dorme male), Ischia S.Angelo (più vicino, un posto nuovo, però poi mi trovo male col maestrale o previsto per il giorno dopo) o addirittura Capri, quasi vicinissima, eppur poi lontana da San Felice, dove dobbiamo atterrare giovedì.
È che anche domani a quest’ora è previsto il classico maestralino termico, vorrei non doverlo combattere in prua ma essere già dietro in ridosso a ronfare. Vedremo.
Sul resto della giornata, avevo scritto un lungo post sulle mie esplorazioni montanare di Lipari e Canneto, al mattino presto (bello), sull’incendio che c’è stato, su quanto siamo stati bene a Cala Milazzese a Panarea (piena di barche! Qui a volte pensi che l’estate sia finita, poi trovi che stanno tutti in un solo posto). Ma l’ho perso. Contentatevi di qualche foto.

Vulcano

La barca scivola, nella calma eoliana, verso Vulcano.
Ho delegato la scelta, e siamo diretti al Porto di Levante. Fanghi e sabbia nera sono ciò che ci guida. Ho dei ricordi non buoni di Vulcano, in fondo un pregiudizio, basato su come ci sono stato, quando ci sono stato. A Levante ricordo una giornata rifugiato, in una rada affollata, puzzolente e mal-ancorabile. A ponente una natura bella e selvaggia – ma ostile. A Sud una spiaggia nera e buia.
Animato dunque da spirito come sempre ottimista e positivo, approccio l’atterraggio con rotta ampia e accostata decisa, manovra che mi tocca spiegare al mio fiero ma inesperto equipo.
Quel che trovo, smentisce alcuni dei miei assiomi. Al centro della cala, c’è una massicciata che divide in due la cala, con una roccia sulfurea alla radice. Quivi ci sono acquae basse, di colore chiaro e sospensione lattiginosa, che ricordano nell’aspetto Anzio e nell’odore alcuni fenomeni postprandiali. Insomma: Tor Caldara. Pero’, si ancora in 5m di quel che suppongo sia sabbia o fango e questo è buono.
Si fa il bagno e scopriamo che il fondo non è sabbia, ma un mattonellato con frequenti crepe, dalle quali escono bolle. A riva, in alcuni punti assumono le dimensioni di un buon idromassaggio. E poi l’acqua è calda, molto calda, in alcuni punti a riva i sassi scottano. Aver ancorato sul mattonellato mi preoccupa, interrompo presto i bagni sulfurei e torno a bordo. Qui l’aria è aumentata, la catena si stende e realizzo che nell’acqua torbida e non sabbiosa può nascondersi qualsiasi cosa. Uno scoglio si vede ed ora è più vicino, ma anche praticamente a poppa vedo sassi pericolosi. Dunque levo ancora e mi sposto più in là, mentre aspetto il ritorno degli altri.
Poi arriva un catamarano, che con ampia e veloce curva passa sopra la zona che ho appena lasciato. E inesorabile prende fondo, fermandosi di botto. Riescono a sfilarsi, poi per motivi che davvero non mi spiego, ancorano ancora lì. Dopo un po’ ci rifiniscono sopra, ora c’è solo uno di loro, che tenta vanamente di alarsi sull’ancora.
Mi butto per aiutarlo, ma capisco che il comandante è a terra e sta rientrando. Uno scafo è sopra uno scoglio, l’altro è libero. Il motore meglio non toccarlo… me ne torno in barca.
Poi arriva il Comandante e riesce non so come, di catena, credo, a spostare la barca e ripartire. Li vedo da lontano sbagliare ancora ancoraggio un paio di volte, però galleggiano.

Dopo alcune fettuccine alle zucchine preparate come sempre alla grande da Paolo, muoviamo per le cave di pomice, che ancora ero riuscito ad evitare.
Il tempo, dopo una settimana ottima, oggi comincia ad annuvolare, come previsto da tanto. Vorrei già essere in porto. Ci arriviamo comunque, dopo questo ultimo bagno, e conquistiamo il nostro posto. Non semplice, c’è sempre confusione di trappe, numero di posti disponibili e quale barca mettere dove. Infatti dopo un po’ mi shiftano di mezzo posto.
Verso le 19, come comandato da LaMMA, inizia a fischiare. Fa anche due gocce due.
Ceniamo poi alla “Kasbah”, pizzeria & crudi chic. Buono. Rientriamo a bordo che il vento che fischia tra gli alberi, però le barche stanno bene e così si dorme.

Lipari

A Rinella, poi, la risacca si attenuo’ abbastanza da essere vinta dal sonno.
Unica barca in tutto il porto, in un paese di poche anime, ci sembra che l’estate sia finita all’improvviso. Chiacchiero con l’uomo delle boe, seduto alla mia bitta di ormeggio come un angelo custode. I pantaloni luridi, la canotta di colore indecifrabile, il polpaccio forte da ciabatta portata H24 e sopratutto la panza che lo precede di qualche decimetro, me lo hanno immediatamente reso più simpatico del suo competitor. “Porta cattivo tempo, lunedì…”
Lo sappiamo, stiamo cercando, finora invano, di bloccare un posto a Pignataro. Ci chiedono sempre di richiamare in tarda mattinata. Devono vedere chi parte e chi resta. Con questa logica, capiamo che lunedì non partirà nessuno, e resteremo fuori…
Allora cambiamo strategia e chiediamo un posto per oggi (domenica) e lunedì. Sempre dobbiamo chiamare in tarda mattinata.
Ne deduciamo che il porto è pieno, nonostante qui sembri che non ci sia più nessuno.
Vabe’, si fa in tempo a scendere per comprare l’essenziale, acqua e granite, poi si molla.
Un breve bagno fuori dalla massicciata, davanti alla spiaggia che vanta la granulometria della sabbia più grossa del mondo (un chicco, circa 70kg). C’è la secca, che giustamente andrebbe chiamata scoglio affiorante – mi si fa notare – molto a riva, difficile da prendere. E un fondo sui 12 abbastanza ancorabile.
Poi muoviamo per Lipari. Qui studio il cartografico della costa Ovest e scopro diverse calette, alla fine ci sistemiamo a Cala Fico, che è larga appena per noi e qualche barchino a riva.

Qui si passa il resto della mattina ed il pranzo, tra sup e snorkeling, fino a che un soffio di aria, sputata dal canale di Salina, non gira a ricciolo e si infila qui, arrampicandosi dopo di noi sul costone inclinato.
Quando l’anemometro supera – idealmente, è rotto da 6 anni – i 12 nodi, la catena si stende, l’ondina fa il ricciolo, qualcosa vola, e sopratutto le palle mi incominciano a girare. Anche nelle giornate tranquille, queste isole riservano angoli di concentrazione di aria, per forza. Insomma, è tempo di muovere.
Anche perché, finalmente, dopo mille chiamate, Pignataro ci conferma il posto per stanotte e domani.
Resta il tempo di una altra sosta davanti alla grande ansa che guarda a Sud-ovest, una specie di Chiaia di Luna di Lipari, dove troviamo calma e mille mila barche. Stavano tutti qui! E a Vulcano, che vediamo da lontano, mentre facciamo lo slalom tra i faraglioni variamente spertusati del canale.
In un attimo, è il tempo di preparare la barca. Convoco tutti fuori e faccio togliere ogni oggetto dalla coperta, come piace a me, poi riusciamo a dare parabordi e cime in un tempo decente.
All’ingresso, seguo il barchino che mi guida, poi d’istinto, prima di farmi infilare nel budello di barche, mi giro di retro. Così ho l’effetto evolutivo dalla parte giusta per accostare su Amaranta, barca semi stanziale mia vicina.
Qui i simpatici ragazzi del pontile discutono una mezz’ora su quale sia la trappa giusta da darmi, fino a che non mi incazzo e mendico perlomeno che mi prendano un cavo di poppa. Intanto Senza Parole scade di due posti e poi dagli ad alare per riportarla su. La Nautica è Morta (cit.).
Vabbè, ma chissene, siamo dentro, in un tripudio di acqua, corrente, docce. Chiedo notizie di Stecca, decano degli ormeggiatori che conobbi nel 2005, purtroppo c’è solo il figlio, lui è scomparso 2 anni fa.
La serata è una festa di luci e negozi, arancini e birra Messina, cannoli da D’Ambra, giù in città.

Da Panaria, ancora Salina

Mezzanotte e mezza. A Rinella, veglio l’ormeggio, stressato dalla risacca, provocata chissà come dallo Scirocco che ci gira tutto intorno. C’è calma di vento, più o meno come previsto da Lamma che mostra le Eolie in una bolla a forma di campana. A volte stretta, che scopre le estreme Stromboli e Filicudi, a volte più ampia. Oggi davano SE 3/4 dunque questo posto sembrava il più sensato.
La giornata era iniziata bene, dopo una bella notte a Cala Junco. Una nuotata, un po’ di riposo, poi per pranzo ci siamo spostati dietro Lisca Bianca, che già lì c’era fastidiosa risacca da Est ed era necessario coprirsi il più possibile.
Poi una lenta traversata con tutta la tela fuori, al gran lasco verso il canale di Salina e Rinella.
Queste isole sono alte il doppio o triplo delle Pontine, e regolarmente sottostimo le distanze. Come se per andare da Ponza a Palmarola ci volessero 2 ore.
Fatto sta che arriviamo alle sette passate. Il prezzo delle boe è 70 euro, che dopo una serrata negoziazione con entrambe le ditte che le offrono… restano 70 euro. Però il secondo ci ha detto che potevamo anche metterci dentro, all’ancora, gratis. Non c’erano molti dubbi, abbiamo, in rapide e fallaci manovre durare una ventina di minuti, piazzato parabordi e cime e compiuto la manovra di ormeggio, con l’uomo delle seconde boe che ci ha preso le cime.
Festanti e profumati di bagnoschiuma siamo atterrati in truppa, visitando velocemente un paese deserto. La messa era finita da un po’, la cena doveva iniziare, si vede. Comunque, abbiamo scelto, per una volta, di mangiar fuori, alla pizzeria unica che c’è. Beh, è stata ampiamente oltre le nostre aspettative, così come il paese, dove ero stato già’, ma forse mai sceso dalla barca.
Al rientro, abbiamo constatato come la risacca fosse cresciuta. Ho tolto il gommone che faceva da passerella a poppa e così adesso sto anche aspettando che i ragazzi rientrino dalla loro notte fuori. Intanto sento che il paese ha preso a vivere, si sentono musiche e canti provenire da locali illuminati dalla luna, e vespini 50 special fare gimkane interminabili nel piazzale del porto.
Imbarco i ragazzi, la risacca non è diminuita ma neanche aumentata. Forse potrò andare a dormire giù?