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Apparente zero

Apparente zero. 5 nodi di aria da Sud, 5 nodi di velocità verso Nord, uguale zero aria in pozzetto.
Ho appena ingavonato il maggiore dei bimbi, che da un po’ mi si era addormentato addosso. Quello piccolo era andato giù già prima di salpare. Stiamo rientrando, le scogliatelle sono appena passate, anche Elisabetta dorme. Mi godo un metro di ombra, sulla panca. Non stiro le gambe, che vanno al sole. Ogni tanto mi giro a contemplare la vuotezza del mare. Ho una canna che mi tiene compagnia, mal attrezzata, quelle che ogni tanto premiano per puro culo.
La domenica è trascorsa tra un cappuccino e un bagno coi braccioli, in spiaggia, a Frontone. Molti strilli, molta paura dell’acqua, molto freddo. La dura educazione marinara… ce la imponiamo per la loro sicurezza… prima imparano a stare a galla e meglio è.
L’Alta Pressione Universale, quella che davano venerdì alla radio, ci ha regalato una bella domenica di velata bafagna. Posso sbagliare, che stavolta non avevo compulsato i soliti meteo con cadenza oraria come faccio sempre, stante appunto l’annuncio di APU, ma mi pare proprio che non sappiamo bene prevedere la completa velatura del cielo, che per l’utente medio equivale a tempo brutto. Per il meteorologo no, è tempo bello, alta pressione, magari stagnante, umidità alta e spessa, insomma nuvole. Solo, senza vento, senza fenomeni. Ma anche stika dei fenomeni, se non c’è il sole è brutto.
Arriviamo lenti lenti, smotorazzando la carena zozza a velocità mai superiori ai 5 nodi, con l’incazzatura della mamma dei miei piccoli che cresce inversamente proporzionale alla velocità, né nulla possono i miei tentativi di blandirla. C’è da dare le pappe, fare i bagnetti, mandare a letto, e non si può arrivare a casa alle dieci.
E invece si, siamo arrivati alle nove e mezza e non è successo nulla, i bimbi si sono sciroppati 2 ore e mezza di auto senza dire ne’ ai ne’ bai. Anzi, aiutando a portare l’immondizia.

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Giovani marinai

Quasi le due, pomeriggio di fine maggio. Aria fresca sotto il tendalino di Senza Parole, stretta tra genoa e randa, si allarga nel mio quartino di poppa, quello sottovento, ideale per guardare i filetti della vela di prua, se ci fossero e fumare un sigaro, se non avessi smesso.
Ma la pratica è tanta che posso farne a meno, regolando il genoa a memoria e assaporando un toscano col pensiero. E resta una posizione privilegiata, per guardare a prua o scatarrare sottovento. E’ sabato, siamo arrivati con la calma di chi sa che tanto non arriverà primo, con meno attrito del solito, PJ organizzata sempre meglio, i due bimbi oramai avviati, latte e pannolini scordati, ma in barca scopriamo che qualcosa c’è.
Il tempo è buono ovunque, l’anticiclone e’ appena entrato, il mare è buono, c’è appena una brezza da sud-ovest.
Andiamo piano. I bimbi prendono piede. Uno vuole scavalcare il pozzetto e guardare a murata. L’altro non ne vuol sapere di dormire, ne’ fuori, ne’ nella cabina di prua e neanche in quella di poppa, che misura a forza di capocciate qua e la’. Ci fanno imbufalire, segno che si divertono.
Ancoriamo al Frontone, verso le sei.
Giù il tender, carichiamo la prole e imperversiamo un paio d’ore downtown. Ceniamo accolti dalla pazienza dei camerieri di Oreste, cercando di non abusarne.
E torniamo a bordo che è buio. Daniel si gode la scia del fuoribordo illuminata dalla luna, poi in barca resta un momento a poppa a godersi il silenzio del mare di notte, le stelle, il dondolio. Sembra me, ed ha solo 2 anni.

La signora ha espresso un desiderio

La sera della domenica la vediamo passare dalla terrazza del Tripoli, dietro ad uno spritz io, una birra Giuseppe, dietro ad Emanuel Elisabetta e Francesca. Daniel gioca, ha legato con il bambino che vende conchiglie e braccialetti, lui gli fa gli occhi spiritati e Daniel scappa ridendo.
Poi ci trasferiamo alla Scogliera, nuova gestione, front line di pura etnia pontino-rumena, comunque ottima.
Quindi tender e via a bordo, stavolta in rada. Dormiamo separati, io col grande e PJ con il piccolo… nuove coppie si sono formate.
La notte è turbinosa di maestrale, si dorme con un occhio solo, però mi alzo una sola volta, va tutto bene.
Il lunedì di ponte inizia schivando qualche chiamata di lavoro, poi pigramente verso una colazione a terra, con struscio e spesetta.
Ci muoviamo poi per Frontone, ancoriamo tra le raffiche che il maestrale disegna sul mare, poi ci portano su a visitare il Museo Etnografico di Gerardo, che riequilibra secoli di musei noiosi con caffetterie insoddisfacenti. Infatti, il museo è una stanza, più tanti oggetti sparpagliati, in mezzo ad un ristorante da 20 tavoli, sotto la pagliarella. Più lettini, docce, piante, giardini. Peccato aver già pranzato.
Daniel gioca a “piombo” con altri bambini più grandi, vanamente seguendoli senza capire il gioco, anzi, contribuendo a stanarli.
Alle 15 scocca la deadline: la signora ha espresso il desiderio di dormire nel suo letto, sicche’ il marinaio deve affrontare il periglioso mare per condurre la famiglia in terraferma, anzi si deve pure sbriga’, che poi gli ormeggiatori vanno via. Alle 16 siamo già in rotta per Gavi.
Il grande non vuol mettere il salvagente, fa i capricci, allora viene obbligato a star sotto, con la mamma. Il piccolo già dorme, per fortuna.
Non pensavo fosse così tanto. Davano 4, sotto costa le raffiche erano diminuite, io poi defalco automaticamente l’effetto catabatico e già pensavo di smotorare. E invece. Le prime raffiche mi trovano tra scogliatelle e piana di mezzo, a tutta tela. La barca si sdraia un po’, qualcosa cade in dinette. La prua è buona, viene da W, riesco a salire oltre San Felice. Però non riesco a poggiare, il timone è durissimo e la barca non ne vuol sapere. Stavo quasi pensando di tornare indietro. Poi, riesco a lasciare il timone all’autopilota e a scarrellare piano piano, poi anche lascare, la randa. Ora riesco a poggiare, va meglio, è un traverso tranquillo con frequenti straorze. Sviluppo, dopo 20 anni che porto questa barca, una tecnica nuova. Quando il timone è inchiodato alla poggia alla morte, eppure la barca non gira, gli do un mezzo giro all’orza, a riprendere lo stallo, poi una botta secca alla poggia. Così, la sente, sta figlia n’drocchia. Frusto così la mia amata, fino a mezzo canale, poi aumenta ancora, e la frequenza di scudisciate assume livelli di pressoché costanza. Si riduca la velatura! comando al mio equipaggio formato da me medesimo, più il secchio sporco della raccata di PJ, più la fu PJ che giace su panca di sottovento, provata dall’aver addormito due Pipus.
Mi sistemo su un più comodo lasci, con autopilota. Mollo un po’ la randa, calo drizza, recupero borosa a morte, ri alo drizza, cazzo scotta. Tutto stando in pozzetto. Va. Lo potevo far prima.
Ora si va meglio, anche se qualche frustata ogni tanto la devo dar lo stesso, e poi stai a vedere che le piace? Così raggiungiamo l’agognato porto. I bimbi ancora dormono, PJ s’e’ ripresa, io mi divoro la pizza avanzata e stappo una birra alla mia salute.

Misteri da un anno all’altro

Succedono cose, da un anno all’altro.
Tutto ciò che è, o meglio era, commestibile, porta sulla etichetta date comprese tra il giurassico e la guerra civile spagnola.
Il liquido delle lenti, accessorio indispensabile per PJ ma nonostante questo spesso lasciato a Roma, in barca c’è di due scadenze differenti, la gloriosa del 2016 ed una immatura di pochi mesi fa. Ciò ci spinge a lunghe ricerche per Ponza, ieri prima di cena, ma restiamo a mani vuote. Le lenti godranno della ebrezza di nuotare dentro un liquido scaduto. Per me si potevano anche mettere in acqua di mare, figurati.
Il salpaancore, che scende che è una bellezza. Ma quando ti chiama Circomare Ponza, che devi muovere per andare all’ormeggio ed è il tuo turno, non sale. Allora cominci a salpare uso cane, con due mani, senza curarti di abbisciar la catena nel pozzo, e combini casini. Poi ti viene in mente che forse funziona il comando remoto, ed è così, solo che hai tutta la catena cacata in coperta e stai probabilmente perdendo il tuo turno di ingresso, il posto, la reputazione, la stessa tua esistenza è in pericolo. Poi non sai come riesci a rimediare, PJ dal timone aziona la levetta per gli ultimi metri e puoi finalmente muovere, superare gli avvoltoi che ti avevano sopravanzato e finalmente infilarti nel tuo posto.
Le farfalle del fuoribordo, che le trovi saldate al motore. Una l’ho sbloccata con WD40 e pappagallo, l’altra niente. Ho forato il rivetto, tolto la farfalla e azionato direttamente la vite con una chiave da un metro. E forzava lo stesso… Potrei proseguire. Ma c’è una cosa di cui non mi capacito.
La distanza tra lo specchio di poppa del tender e me col fuoribordo in mano che provo ad appoggiarcelo sopra. Aumentata di almeno mezzo metro percepito, sara forse la panza, boh.
Per il resto, oggi Chiara di Luna. Bagno con Daniel, bagno con cacciavite per scalpellare concrezioni via dall’elica, bagno di Giuseppe di Saari, che mi ha visto, gli ho fatto pena e s’e’ messo muta e pinne da un metro e si è buttato con un raschietto al titanio largo quanto le pinne. Se non lo fermavo, mi faceva tutta la catena. Amici.
Ora li aspettiamo al ridosso di Giancos, tra le quattro boe, come usa dire (ce n’è rimasta forse una).

Potenze del due

Navighiamo oramai da più di un’ora. Da poco è entrato un poco del Sud Est previsto, una decina di nodi scarsi. Il cielo s’e’ velato, il mare resta piatto, gli argentei riflessi delle creste delle onde, simili a piccoli pesci, hanno fatto spazio ad un telo di piombo. Davanti a noi: Zannone. A poppa il massiccio del Circeo, ancora grande e vicino, abbiamo una velocità di circa 5 nodi, è illuminato ancora dal sole che abbiamo lasciato.
Ho sciolto le vele dopo la lunga pausa invernale. La randa deve aver nidiato dei passerotti. Ma va su obbediente, così come il Genoa si srotola senza impicci. Andiamo verso Ponza, che sono le quattro passate, eppure mi sono alzato alle 6 e mezza, per riuscire a muovere alle 3 meno venti è un bel record… Prima vera volta in 4 a bordo, coi due piccoli. Ti sembra che il problema sia fare le valige per 4, portarsi un sacco di roba. Un po’ lo è, certo, PJ ha cominciato il giorno prima… però la vera complicazione è fare tutto quel che è necessario, con due cuccioli tra i piedi. Che ogni tanto bisogna fermarsi, tenerli, guardarli. La spesa al supermercato è stata esemplare. Emanuel cucciava il carrello, io mi distraevo per toglierlo e perdevo regolarmente la fila al pane.
Quando finalmente eravamo arrivati: sorpresa! Gara di Offshore, porto chiuso. Noi con due infanti, 3 valige, 2 borse e 4 sporte, a un km dal porto. Mi sono mangiato, nell’ordine: una vigilessa al primo gate del Neanderthal, uno della Protezione Civile alla scesa del porto, un Maro’ giù nel piazzale, fino a che non è sceso l’Ammiraglio Bergamini in persona a farmi passare. Sti zozzi hanno riempito il
Piazzale del porto di nani e ballerine, ma l’ultimo pezzo davanti al bar è rimasto per le macchine. Quelle con il passi, che io non ho, però per
scaricare va bene. Scendo tutto, incrocio Ivan, poi arrivano Tonino e Marco a caricarmi sul Boston. Sono arrivato, finalmente.

Perché ho sposato PJ

Era da settembre che dovevo compiere una semplice operazione – passare ad Anzio, salvare dal fradiciume invernale un po’ di attrezzature sbarcare in agosto, proseguire al Circeo, imbarcare, rientrare – stop.
Di mezzo ci si sono messi: parti minacciati e rimandati, parti avvenuti, alluvioni, malattie gravissime tipo tosse e vomito, un po’ di tutti.
Oggi le previsioni non erano perfette, ma uno sprazzo di sereno mi ha convinto ad abbandonare il piumone e a trascinare la famiglia in una gita basata fondamentalmente sullo stare in macchina.
Anche perché: ad Anzio dormivano tutti, fino al momento di partire – e poi non si voleva più andar via.
Al Circeo c’era da superare un poco di strizza del pontile. E da imbarcare un sacco di roba. Per fortuna ci sono i ragazzi del porto – e il Boston.
Carichiamo tutto, Daniel compreso, sul Boston, mi mollano a bordo pontile e con PJ carichiamo coperte, canne, pinne, maschere e roba da pesca.
A quel punto siamo tutti a bordo, anche pago (io) di aver compiuto una operazione da lungo rimandata. Accendo, giusto per, non si sa mai.
Passa un ragazzo del porto… mi fa segno… no no, non esco, era giusto per far girare il motore.
E PJ, con in braccio la sua prolunga-Emanuel: “Beh, a questo punto potremmo anche farlo un giretto…”.
Vai. Richiamo gli ormeggiatori: usciamo. Mi districo da una roba lunga che ho in prua e sciolgo Senza Parole dalla sua gabbia. Daniel si imbullona a metà panca e tace, tranquillo.
Usciamo dal porto, c’è un ponente fresco. Mi azzardo a srotolare il Genoa, punto fuori e andiamo. Poi mi ricordo che ho i parabordi ancora appesi, li tiro su alla come viene.
Sempre bello. Fuori, come previsto il vento rinforza, l’onda lunga da ponente si comincia a sentire e sopratutto PJ ha voglia di Gelatone. “Allora? Quando ve lo mangiate sto panino?”
Allora capisco che è tempo di virar, dunque volgo le spalle a Palmarola e mi accingo al mesto rientro, però col panino.

Post di servizio

Post di servizio, letto probabilmente solo da coloro che sono iscritti alla notifica via email del mio umile e trascurato blog.
La notizia è che Vela Senza Parole ha cambiato indirizzo, dunque non è così facile trovarmi con google, ne’ funzionerebbero i vecchi bookmark, ammesso che qualcuno al mondo ancora li usi (se però qualcuno esiste, è quasi certo che sia tra i miei lettori). Dunque, il nuovo indirizzo e’ http://www.velasenzaparole.wordpress.com.
Per quanto sembri tautologico tutto cio’, almeno due miei abbonati non mi trovavano più e si sono manifestati, dunque avrebbero potuto anche essere interessati ad una comunicazione come questa.
E poi, chissà se funziona l’autopost su facebook? La maniera migliore è questa: un post di prova.

Per il resto, va tutto bene. Siamo ora una famiglia di 4, se continuo così, quando potrò riprendere il mare, ci vorrà una barca più grande. Ma chissà che nel frattempo non ci scappi una gitarella? Tenere 2 infanti a casa non è troppo più agevole che farlo in barca (il fatto che siano investiti dal Terrore, potrebbe avere una parte in tutto ciò).

Adesso vi lascio che c’è Masha e Orso.