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Solo un banale diario di bordo

Solo un banale diario di bordo. Questo è… E diventa specialmente banale quando non faccio altro che andare nelle solite isole, parlare dei soliti venti, degli ancoraggi che più vado avanti e più sono sempre gli stessi, perché li trovo i migliori nelle varie situazioni, che sono sempre le stesse che si ripetono.
L’unica cosa che cambia sono le persone che mi accompagnano in questi giri… io però non voglio mai parlar troppo di loro, perché magari potrebbero non gradire. Quindi non dirò nulla delle 5 ragazze di sotto, parliamo del tempo, come sempre.
Arriviamo da giorni di gran Scirocco. Piove sabbia, poco, ma tanta. Domenica, ad Anzio, vento tutto il giorno, cosa rara col Sud-est estivo. Le previsioni continuano con un regime meridionale, però sui 3 massimo 4, con una onda a volte 100, ora 80cm.
Quando esco all’alba, capisco subito che mare avrò. Lunghe osservazioni delle previsioni non mi avevano illuminato precedentemente – sono ancora una pippa. Mi aspettavo ondina corta di origine scirocco, e invece è lunga da SudOvest. Tutto un altro andare.
Senza Parole ci si arrampica sul dorso e poi riscende giù, rollando un po’, come per protesta. Il vento, è il solito grecalino che sorge col sole.
Rinuncio a dare randa, oggi avrei bisogno di una mano – e in coperta non c’è nessuno. Tiro via i parabordi, mi metto in rotta su Palmarola e mi preparo un caffè.

Cala del Diamante – epilogo

Ultimo giorno. Ennesima – benedetta – notte in rada.
Mi sbrigo per partire presto, volo in porto a fare benzina e gasolio per lasciare la barca piena o quasi. Poi muovo, a colazione in corso, per un ultimo bagno al Core.
Qui, qualche giorno fa, siamo già stati con a bordo Ivan, Gioia, Claudio, Sandra. Amici musicisti, li avevo presi al molo del benzinaio col tender e portati a bordo. Dopo qualche bagno, Ivan si accorge di non avere più la catenina al collo. Già pensava di averla persa la notte prima, durante il loro concerto per le vie di Ponza.
Ma ce l’aveva quando l’ho imbarcato sul tender, l’ho notata subito, una catenina d’oro, stretta come un collare, con una medaglia di oro con al centro un diamante. Appartenuto alla nonna di Gioia, un regalo, un ricordo.
E quindi ero praticamente certo di ritrovare tutto sotto la barca, su 8 metri di fondo sabbioso, davanti alla grotta degli smeraldi. E invece nulla, diamante sparito.
Oggi voglio riprovarci, ho preso i rilevamenti, c’è sopra un catamarano, mi immergo più volte, arrivo fino alla grotta, ma niente.

I rilevamenti li pubblico qui. Hai visto mai?

Palmarola

Arrivo a Palmarola dopo esser salpato verso le 10, da Ponza. Costeggio il lato Nord, come faccio quasi sempre, giro la punta stretto, verso la Cattedrale. Passo poi interno allo scoglio, dentro i Piatti, verso il canale delle Galere.
Qui, penso a Daniel, a papà, a ciascuno di noi che fa vivere quel che non c’è più, a quando toccherà a lui portare questo peso, visitare questi scogli, sentire il vento con la faccia, come faccio io, come faceva papà.
Dietro gli occhiali neri, cala un goccia salata. Poi passa, c’è un cazzo di gommone fermo in mezzo al canale. Che non sarebbe un problema, se non fosse che magari il coglione ha una bandierina da sub da qualche parte e qualcuno sotto. Poi a gesti mi indica di non passare a sinistra, ma a destra. Come se davvero avesse uno sotto. O invece indicava gli scogli, che so benissimo dove sono, non ha nessuno sotto, forse solo una sopra, la sua donna.
Già mi è capitato, qui a Palmarola, deve essere la sua fama di isola disabitata, selvaggia, il sole, il mare, la pelle salata, l’estate.
Ci fermiamo a Cala del Francese, c’è un po’ di risacca da Ovest, ma ancora si sta.
Partono le attività: scalata dello Scoglio di San Silverio, visita alle grotte, Sup in giro per la rada… poi però il tardo pranzo delle 15 lo facciamo a Cala Brigantina, che anche oggi è giorno di Ponente arrabbiato. Spaghettti al pomodoro fresco, col basilico, fatto come sempre magistralmente da Paolo. Ho trovato uno che in barca cucina meglio di me.
Quando sono le cinque passate, è ora di muovere. Andrei diretto in porto, però si preferisce un ultimo bagno a Ponza, passandola da Gavi.
Ci mettiamo una vita, anche a causa del vento che misteriosamente si spegne, lasciandomi coglionato con un tendone mollo a prua.
Ma poi facciamo tutto: bagno a Cala Gaetano, ancoraggio in porto, cena in pozzetto e dopocena a Ponza (qui io anche no).

Ponza vista da Ventotene

La prua batte contro mare. Quando la lascio al pilota, la barca prende mare da sotto, poi cade nel cavo, con grande scuotimento. L’acqua polverizzata dal ponente ci punge addosso come tanti spilli.
Paolo e’ vicino a me, sulla panca, avvolto da un telo. Gli altri, di sotto. Fabiana, eroica, stesa in cabina a prua Sono le cinque di ieri, e ancora mancano 5 o 6 miglia per Ponza, Frontone.
Siamo partiti con comodo , verso mezzogiorno, acqua tranquilla e poco vento, però già Ponente. Sono sereno, è previsto fino a 4, mi aspetto due lunghe boline e uno stocchetto a motore, al massimo. L’obiettivo e’ Palmarola, ma so che quando l’equipaggio si renderà conto, convergeremo su Ponza, più vicina.
All’inizio, facciamo 3,5 nodi, bordo verso terra, e siamo tutti amanti della vela. Dopo poco recupero 30 gradi, vado per 230 e prendo velocità. 5 nodi, poi 6 abbondanti.
Alla fine, prendo il timone e recupero ancora, adesso la mia rotta lascia il Circeo a destra. C’è discussione a bordo, quando accendo il motore per caricare un po’ le batterie. Si aprono una serie di: quanto manca? (per Ponza, per Palmarola, a vela, a motore). Alla fine propongo di virare e riavvicinarci alle isole, per avere tutte le opzioni.
Sulle nuove mure, a dritta, la barca sembra scivolare di lato ad ogni onda, scarrocciando. Tanto prima sembravamo su un binario, ora mi par di scadere. E poi il vento sale, fatico a tenere, penso di ridurre, poi decido di ammainare randa, del tutto, tanto tra poco sarà’ comunque motore, il bordo è troppo piatto rispetto all’isola per prolungare troppo la sofferenza. Col solo genoa si soffre meno, ma la prua non migliora. A 9 miglia da Gavi mi arrendo, accendo, e a 5 nodi contro mare riporto la pelle a Ponza, col gusto amaro di una veleggiata interrotta, non per colpa mia, o forse invece si, è sempre colpa mia.
Alle 6 e qualcosa arriviamo a Frontone ci si fa il bagno, ci si chiede come è che all’andata abbiamo impiegato 3 ore e adesso 6… e soffro dentro.

“Aho’ I parabbordi, riga’”

“Aho’, i parabbordi, riga’!”
Porto Romano, quasi le 13. Entra uno tipo l’ex macellaio dei film di Verdone, coi capelli grigi e lunghi. I parabordi, se li stavano a scorda’.
Ce la prendiamo comoda, abbiamo lavato la barca con il tubo da due pollici di Enrico, consumando una bettolina intera di acqua. Lavo anche teak e tavolo col muriatico, diluito, sono soddisfazioni. Nel mio tardo massimalismo ignorante, comincio a supporre che acido muriatico, varechina e acido ossalico siano tutti la stessa roba , a diluizioni diverse. HCl, comunque. Adesso non ho google per googlare questa cosa, sono perso nella mia memoria scaduta. Perché, nel frattempo, abbiamo caricato sue bambine cresciute amiche di Miryam, Paolo ha fatto la manovra di uscita, bene, e siamo adesso dal lato nero dell’isola, verso la punta.
Oggi le scelte nautiche le ho delegate al massimo, poiché il delicato equilibrio tra : mare piatto, acqua chiara, regole del parco, snorkeling di alto profilo, ma per livelli base, qui è impossibile. Mica siamo a Palmarola. Qui si può scegliere al massimo tra acqua nera o folla. Noi oggi acqua nera. E fantastico rollio.
Niente. A Ventotene, la barca è un limite. A terra non puoi avvicinarti mai, per i crolli. Qui bisogna essere pipinara e andare tra le rocce a fare i tuffi a bomba, col baretto con la musica e i cocktail fricchettoni.
Mi riconcilio con la barca, proponendo un giretto a vela. Ha alzato il Ponente e con due larghi traversi potremmo rientrare in porto. Manovriamo bene, con i giovani residenti alle manovre. Le giovani ospiti, mai fatto vela, partecipano emozionate. Una dorme, l’altra pare una statua di sale. Le abbiamo detto di guardare un punto fisso a terra, per non soffrire il mal di mare, e ciò l’ha paralizzata così.
Rientriamo al Porto Romano, oggi – novita’ – stiamo all’inglese a fianco al molo, proprio sotto le bitte scavate nel tufo dai miei antenati velisti, chissà se pure loro pagavano 60 sesterzi a notte.

Ventotene

“Perché dobbiamo andare a Ventotene? Guarda che acqua, guarda come è bello qui!”
Ancorati nella cala dell’Arco Naturale, un lunedì di luglio, col mare liscio e (relativamente) poche barche, Jacopo, 17 anni, si pone le domande giuste.
Le stesse che mi faccio sempre io, ogni volta, che oggi mi tornano su mentre il cielo si copre, come sempre, mentre mi avvicino all’isola.
Oggi andiamo perché c’è una amica di Myriam, per comprare le erbette, per lamentarmi con il miglior libraio del mondo (Fabio) per non essere riuscito, questa volta, a scivolare agevolmente (io) nei romanzi che mi ha consigliato la volta scorsa. Ora sto riprovando con L’Eco Delle Balene, che in effetti scorre, abbastanza.
Vado, per il bazar sulla salita, dalla signora con gli occhi tristi, che mi vende sempre capi da velista fichissimo, sempre in saldo.
Vado, per rivedere la piscina scavata nel tufo – scoperta solo l’ultima volta – il porto romano, l’atmosfera sciolta dei ragazzi, la spiaggia, gli aperitivi e le colazioni, la barca finalmente in banchina, tutti liberi e io tranquillo.
Vado perché una crociera è o dovrebbe essere questo, lasciare un posto per il successivo, comunque, a prescindere. Anche se per me la crociera deve vedere nel suo punto più remoto il premio finale delle fatiche precedenti, e quindi dovrebbe rappresentare il top assoluto, le tappe successive mero ritorno indietro. Vado, perché sto in barca, e navigare mi piace, più che star fermo.
Tanto vale lasciare Ponza nei suoi giorni migliori? Non lo so, adesso chiedo a Jacopo.

Domenica sera

Il Levante, poi, ha sparato lontano da qui, mandando solo risacca, però fastidiosa. Mi sono alzato alle 3, valutato di spostarmi più dentro il porto, deliberato all’unanimita’ il calo progressivo del moto ondoso, rimesso a dormire, fino circa alle 9, per dire, eh!
Tanto che ci siamo mossi su sollecitazione della solerte CP, verso la Parata, per la colazione. Attendiamo ospiti, da prender in porto al loro risveglio. Peccato che siano musicisti: la cosa accade verso le due, dato che hanno suonato nella notte per le vie di Ponza, con la loro banda fatta di ottoni e tamburi.
Il pomeriggio lo passiamo al Core, dove vanamente cerchiamo una catenina perduta da Ivan.
Alla sera li riporto a terra, passo da Marcello a prender una sagoma, faccio il pieno al serbatoio, poi torno e vedo Senza Parole che merita una foto.

Piove – Non Piove

Il gioco di oggi è vedere se le previsioni, che danno pioggia nel pomeriggio-sera, ci prenderanno o no.
È che ci svegliamo in una mattinata di maestrale steso, una di quelle che il tempo cattivo e’ passato, e c’è solo vento, tanto vento che la Cala del Frontone si tinge coi colori della Sardegna. Non può piovere, non possono arrivare nuvole.
Fa anche freddino: il bagno è una libera scelta, non una esigenza primaria.
È invece esigenza primaria accostare al pontile per fare acqua, a mezzogiorno. Sono partito senza fare il pieno, me tapino.
Poi giriamo la Madonna e ci piazziamo alla Parata degli Scotti, luogo alternativo ai soliti e oggi non di passaggio.
Nel pomeriggio non piove, ma arriva un po’ di nuvolaglia, e soprattutto il Maestrale forza 6 prescritto da Lamma. Andiamo precoci ad occupare la nostra mattonella in rada, belli centrali nelle 4 boe del parcheggio autorizzato. Osserviamo il cinema attorno, leggiamo, chiacchieriamo.
Arriva la sera, la notte, perfino. Il vento molla qualcosa, ancora non ha piovuto, eppure ilmeteo ancora intigna.

Ma poi arriva altro a turbare i pensieri del comandante: e’ previsto Levante 4 dalle 22 alle 24 utc. Sarebbe a dire da mezzanotte alle 2, poi dovrebbe calare e tornare indietro da Maestrale. Sembrerebbe, mettendo assieme i pezzi, il ramo nord del cicloncino che, scendendo giù, rigira aria verso di noi. Poi passa, perché si allontana, non ha una origine termica come il Levante classico.
Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che io in quelle ore vorrei dormire, anche tranquillo, possibilmente.

Pioggia

Ogni mia partenza è preceduta dal compulsare frenetico dei siti meteo. Fin dalla settimana scorsa, in banchina, si parlava dei metri d’onda del mercoledì (2). Giovedì meno, ma sempre mare alto.
Così, la partenza viene saggiamente rimandata ad oggi, venerdì. C’è un break nell’anticiclone africano, una perturbazione che ha fatto 100 morti in Germania, una goccia fredda che si deve staccare e rotolare giù verso Sud, portando temporali e grandine. Ole’.
Ma stamattina doveva esserci ancora sole. E invece. Prendo la pioggia ad Anzio, spiove, prendo lo scooter e vado verso il Circeo. Raggiungo la pioggia all’Acciarella, poi mi riprende a Sabaudia, arrivo a bordo e faccio appena a tempo a metter dentro i bagagli, che piove anche qui. Fitto, per 10 minuti. Poi però’ smette, e allora si salpa.
Ci sono Fabiana e Paolo, con Jacopo e Miriam, stavolta.
L’acqua fuori dal porto e’ liscia come solo dopo la pioggia. Ma vedo che fuori è scura, meglio dare randa ora. Sciolgo le due mani che la tenevano ridotta da 2 settimane, e mi metto in rotta. Con poco Genoa, conservativo. Spengo, faccio 5-6 nodi, si va bene.
Quando mi avvicino a Zannone, l’aria rinfresca, da prua… devo poggiare, poi con il genoa ridotto mi sembra di scarrocciare tanto… risultato: sto puntando lo scoglio Grosso…
Penso di poggiare ancora e lasciarlo a destra, poi il vento molla un po’, allora apro tutto il genoa, recupero un po’ di prua e riesco a passarlo, non senza un po’ di tensione, da sopravvento.

Passiamo Gavi, ammaino, i miei amici si destano dal torpore della navigazione, sondo gli umori e poi mi dirigo diretto verso il porto. È bello, ma freddino, di fare un tuffo non se ne parla.
Così ancoriamo in rada, ci rilassiamo un po’ , scendiamo a terra e poi di nuovo a bordo per la cena. È uno strano venerdì di luglio, freddo e con poca gente.

Il sabato sera

La serata di ieri inizia subito dopo aver posato il ferro, nella rada del porto di Ponza. Tra una doccia ed un cambio d’abito, sempre sotto la musica diffusa da una cassa Bluetooth minima eppure potentissima, salgono su vino, patatine, pizza e affettati. Quando è il momento del tender, siamo già allegri.
Cristian esige un aperitivo pre-cena al bar in banchina. E due.
Poi compio qualche vasca di puro struscio, anche per impegnare un po’ il tempo. Alle nove e mezza riprendo il tender per andare a salutare Benedetta e Ignazio a Santa Maria. Festeggiano il compleanno di Benedetta, e quindi bevo ancora. Guadagno la barca – ubriaco – che sono quasi le undici.
Quando a mezzanotte tornano i ragazzi, pero’ c’è un ultimo brindisi, con candelina, inevitabile!
Nella notte sogno incubi di tutti i tipi, al mattino mi alzo e salpo in solitaria verso l’Arco Naturale. Il vento già teso da NW mi impensierisce per il rientro, ma intanto mi godo la quiete del mare di Ponza alle 8 di mattina, blu e liscio come mai.
L’Arco ancora dorme, in silenzio do fondo in un punto che sembra garantire prua a mare (qui il vento fa un giro largo e rientra, molto attenuato, da SE).
Terrorizzo l’equipaggio con le previsioni meteo (NW 5-6), così, giusto per creare le giuste aspettative. Spero in realtà in loro, si sono molto abituati al movimento della barca, ieri non riuscivano a stare a tavola, a terra. E ho fiducia di riuscire a tener la barca in navigazione tranquilla, magari posso aprire un po’ verso Terracina, per soffrire meno in prua, e poi rientrare sotto costa a motore. A mezzogiorno, lasciamo l’ancoraggio.
Avviciniamo il mare aperto con le solite due mani ed il Genoa ridotto al 100. Il mare non è terribile, il vento neanche. Apro più Genoa, faccio 6 nodi circa, e basta il pilota. Qui succede che dietro Zannone compare una strana sagoma, una nave – che però sembra per qualche ragione un gommone enorme con qualcosa sopra. Non gli avrei dato peso, ma constato dopo decine di minuti in rilevamento che pare costante, cioè rotta di collisione.
Continuiamo a rilevarla, più o meno in quadratura con la nostra rotta, lentissima, forse come noi. Metto Serena a puntarla, mentre rilevo il pilota e stringi di più, determinato a ottenere il mio diritto di precedenza. Solo che capita che questa strana nave a volte mostri la prua, a volte la mirara sinistra, come se procedesse a zig zag.
Quando siamo praticamente passati o quasi, dopo almeno un’ora di ingaggio, capisco che è una nave in costruzione, trainata da un rimorchiatore. Cioè: la precedenza la avrebbe lui!
Vabe’, comunque sono passato… proseguo al timone tenendo botta al maestrale che alza, il massimo come al solito sotto la montagna, prima di smollare del tutto in porto.