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Perché ho sposato PJ

Era da settembre che dovevo compiere una semplice operazione – passare ad Anzio, salvare dal fradiciume invernale un po’ di attrezzature sbarcare in agosto, proseguire al Circeo, imbarcare, rientrare – stop.
Di mezzo ci si sono messi: parti minacciati e rimandati, parti avvenuti, alluvioni, malattie gravissime tipo tosse e vomito, un po’ di tutti.
Oggi le previsioni non erano perfette, ma uno sprazzo di sereno mi ha convinto ad abbandonare il piumone e a trascinare la famiglia in una gita basata fondamentalmente sullo stare in macchina.
Anche perché: ad Anzio dormivano tutti, fino al momento di partire – e poi non si voleva più andar via.
Al Circeo c’era da superare un poco di strizza del pontile. E da imbarcare un sacco di roba. Per fortuna ci sono i ragazzi del porto – e il Boston.
Carichiamo tutto, Daniel compreso, sul Boston, mi mollano a bordo pontile e con PJ carichiamo coperte, canne, pinne, maschere e roba da pesca.
A quel punto siamo tutti a bordo, anche pago (io) di aver compiuto una operazione da lungo rimandata. Accendo, giusto per, non si sa mai.
Passa un ragazzo del porto… mi fa segno… no no, non esco, era giusto per far girare il motore.
E PJ, con in braccio la sua prolunga-Emanuel: “Beh, a questo punto potremmo anche farlo un giretto…”.
Vai. Richiamo gli ormeggiatori: usciamo. Mi districo da una roba lunga che ho in prua e sciolgo Senza Parole dalla sua gabbia. Daniel si imbullona a metà panca e tace, tranquillo.
Usciamo dal porto, c’è un ponente fresco. Mi azzardo a srotolare il Genoa, punto fuori e andiamo. Poi mi ricordo che ho i parabordi ancora appesi, li tiro su alla come viene.
Sempre bello. Fuori, come previsto il vento rinforza, l’onda lunga da ponente si comincia a sentire e sopratutto PJ ha voglia di Gelatone. “Allora? Quando ve lo mangiate sto panino?”
Allora capisco che è tempo di virar, dunque volgo le spalle a Palmarola e mi accingo al mesto rientro, però col panino.

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Post di servizio

Post di servizio, letto probabilmente solo da coloro che sono iscritti alla notifica via email del mio umile e trascurato blog.
La notizia è che Vela Senza Parole ha cambiato indirizzo, dunque non è così facile trovarmi con google, ne’ funzionerebbero i vecchi bookmark, ammesso che qualcuno al mondo ancora li usi (se però qualcuno esiste, è quasi certo che sia tra i miei lettori). Dunque, il nuovo indirizzo e’ http://www.velasenzaparole.wordpress.com.
Per quanto sembri tautologico tutto cio’, almeno due miei abbonati non mi trovavano più e si sono manifestati, dunque avrebbero potuto anche essere interessati ad una comunicazione come questa.
E poi, chissà se funziona l’autopost su facebook? La maniera migliore è questa: un post di prova.

Per il resto, va tutto bene. Siamo ora una famiglia di 4, se continuo così, quando potrò riprendere il mare, ci vorrà una barca più grande. Ma chissà che nel frattempo non ci scappi una gitarella? Tenere 2 infanti a casa non è troppo più agevole che farlo in barca (il fatto che siano investiti dal Terrore, potrebbe avere una parte in tutto ciò).

Adesso vi lascio che c’è Masha e Orso.

Parcheggio differenziato

Da quando siamo arrivati, gira voce che Totti sia in barca da queste parti. Le indicazioni sono precisissime: la barca sarebbe blu. Motore o vela? Non si sa. Quindi lo individuiamo spessissimo: sui numerosi Itama , sui molti finti-Itama, su caicchi pittati, su vele di classe e perfino sulle lancette Adl di Lucia. A terra, ovviamente, non scende.
Scendiamo noi, a mangiare al solito posto. Oggi particolarmente pieno di tavoli femminili. Teorizzo a lungo sul declino del ruolo del maschio cacciatore, oramai estinto. Sproloquio una mezz’ora su la libertà della donna, che le consente cene in gruppo, make-up aggressivi ed una vita aperta alle novità, a confronto dell’uomo, che si presenta in pubblico tristemente accompagnato in una relazione stabile e socialmente benedetta. PJ mi ascolta paziente, poi mi chiede: “quanto sta la Juve? Guarda un po’…”
La finale di Champions, cazzo! Ecco perché non c’è un uomo neanche a pagarlo oro…
Potremmo vedere il secondo tempo, ma il Welcome’s è stranamente chiuso, non incrocio altri televisori e forse non mi frega neanche tanto di vederla scomodo e iniziata da un pezzo.
In barca provo a sintonizzare la TV, si vede una sega nulla, come al solito, anzi sempre peggio. Le sirene intorno mi danno l’ultimo gol ed il finale, solito. Tristezza che manco questa Juve riesca a vincere in Europa.
La notte vede PJ insonne svegliarmi spesso con gli aggiornamenti di cronaca, la folla impazzita a Torino, i soliti islamici a Londra. Alle sei mi gira per l’ennesima volta, si addormenta sulla mia schiena e mi sveglia definitivamente. Abbandono il letto, metto Pipus nella sua cuccetta e guadagno l’alba in pozzetto.
C’è un po’ di brezza, qualche nuvoletta di umidità mattutina ed il sole, che spuntando a Levante mi va negli occhi mentre leggo Internazionale, o Roma Forever, non ricordo.
Più tardi vengono a trovarci Giuseppe e Francesca, Daniel si dispera quando vanno via… un po’ anche noi.
Verso le dieci e mezza, salpo. Diretti a San Felice, ci piace tornare a Roma presto e senza traffico. Poi ho scoperto che a traversare a mezzogiorno il mare è più calmo, il sole, a picco, fa più ombra dal tendalino, si pranza a vela sui 5 nodi, molto meglio che nella caciara ponzese.
Cosi’, si fa a tempo anche a prendere un gelato al Gelatone, ci abbiamo anche il parcheggio riservato.

Ricomincio da capo

Ponza porto, alla sera di venerdì, brulica. Brulica assai. Ci sono vecchi amici che si rincontrano, addii al nubilato che si ghirlandano i capelli, sindaci che si offrono ai saluti davanti al bar alla moda, gruppi di giovani in festa dietro a un bicchiere.
Noi giriamo un po’, poi non perdiamo tempo in chiacchiere e ci sediamo da Oresteria, alla fine il nostro ristorante preferito. Combatto il minimalismo di PJ ed ordino addirittura 2 antipasti, un primo ed un secondo. Da dividere in 3. Tutti assaggiano tutto, tutto è ottimo, saporito e sfizioso, anche perché evitiamo cibi da pupo e a Daniel facciamo mangiare i paccheri pomodoro melanzane e mozzarella.
Alle nove abbiamo finito, faccio correre Daniel su e giù per Ponza e poi rientriamo col tender in barca.
La sera è calda e calma. Giochiamo ancora un po’ tra pozzetto e quadrato e poi ci ingavoniamo in cuccetta tutti assieme.
Oggi, altro giro giù a Ponza. C’e’ da rifinire la spesa, ieri a San Felice ho posto il veto sull’andata al supermercato, e ora la sconto. Ponza è più piena di ieri, ogni traghetto scarica truppe di turisti, stamane anche veri e propri eserciti di pensionati. Prendo il numeretto per la focaccia, poi lo regalo ad una coppia di stranieri con zaino enorme e figli piccoli, solidarizzando, con Daniel in braccio. È che ci siamo scordati il passeggino in auto, dunque la gestione del ragazzo è un po’ impegnativa.
Di nuovo a bordo, la cala del Frontone e’ ora tranquilla e bellissima. Cerchiamo di far fare il bagno a Daniel, lo spogliamo del tutto e ci buttiamo, tentando di invogliarlo. Lui ci osserva da sopra, e dice ” no no no”, recente conquista verbale.
Sembra quasi tentato, poi no, niente. Torno su e scopro che ci ha fatto scontare averlo mollato nudo da solo in pozzetto. Beh, eravamo in pensiero per quella certa pausa tipica del viaggio…
Ci vuole una spiaggia adatta, ho in mente quel mozzico di sabbia ai lati di Lucia Rosa, unico punto “tipo Anzio” dell’arcipelago. Andiamo.
Qui troviamo Daniel si gode finalmente il mare, sguazzando sul bagnasciuga e noi ci godiamo la visita di Saari, inaspettata. Chiacchieriamo con i nostri amici emigrati all’Argentario ed evidentemente rientrati qui, poi a bordo inzertiamo una perfetta accoppiata pranzo e pennica. Alle 5, il vento s’e’ alzato, regolare ponente, ieri mancava, chissà come.
Apro il genoa e giro l’isola, scendendo in poppa verso Gavi e risalendo il vento verso Frontone.
Qui potrei copincollare il post di ieri, perché scendiamo a terra e andiamo da Orestorante, di nuovo. I 3 giorni di ponte ci disorientano, non abbiamo un programma alternativo, ne’ ci va, a noi parte femminile dell’equipaggio, di immaginare una sera in rada a cucinare cibo. In compenso, bastano 48 ore piene per scordarsi di tutto ciò che lasciamo a terra, e forse è questo il segreto ed il senso di tanto navigare.

Operativi

Navigo. Mezzo steso dietro alla ruota, sento la panca alzarsi e abbassarsi al ritmo delle scie, qualche volta l’intera poppa sollevarsi e poi cadere. Sensazioni dimenticate, sono mesi che non esco in barca.
Anche Pipus ha scordato la barca. Si terrorizza già sul pontile, ieri notte, appena arrivati. Strilla e mi pianta le unghie addosso. Abbracciandomi stretto. Mi ricorda Gatta Pics, faceva la stessa cosa. A bordo, è terrorizzato. Lo porto in cabina, ci mette un po’ a calmarsi, una vita ad addormentarsi. Sempre attaccato a me.
Però ha osservato con attenzione la manovra di uscita, aggrappato. Lentamente, sta guadagnando fiducia, e centimetri di esplorazione del pozzetto.
La giornata è buona, di mare calmo, vento debole da Sud, cielo velato, si intravede cielo blu ad Ovest. Se non fosse la scelta più scontata, sarebbe da andare a Palmarola. E invece vado verso Zannone.
Si sta in pace, all’ombra della spiaggia, si dorme anche, quasi, salvo il piccolo che non s’arrende alla palpebra. Ci vuole un’oretta di futile traina verso Ponza, per crollarlo tra le braccia della mamma.
L’isola capoluogo e’ fitta di barche come in estate piena. Al molo Musco prendono prenotazioni dalle 19… no grazie, a quell’ora voglio la barca sistemata e la doccia fatta. Cerco la mia chiazza al Frontone, la trovo un poco più centrale.
Qui il sole va via per ultimo, la valle incanala perfettamente i venti allineando la poppa a mare, ed il traffico verso la spiaggia passa un po’ più in là. Non solo, ma passano anche dei barchini di ragazze che offrono il proprio corpo in cambio di una birra. Vabbè, ho un po’ esagerato. Non è sempre vero che i barchini passano più in là.
Comunque, nella precarietà del mare, la tradizione diventa regola e subito dopo superstizione, non sarà vero ma ci credo.
Qui, dalle profondità di Senza Parole, partorisco il tender, dopo il riposo invernale. Pompo, varo, accendo. Salpiamo alla volta del paese dei mille colori.

Weekend di primavera

Carena fresca, week end buono, non potevo non battezzare la primavera con una uscita in barca.
E invece. Superammo ostacoli di ogni genere. Rinunciammo al consueto venerdì da soli – riprendendo Daniel dalla nonna, per essere pronti a partire al sabato mattina. Passammo quasi indenni la preparazione delle valige, delle pappe, le vestizioni. Quasi non litigammo perfino per l’obbligatoria sosta da Io Bimbo, di strada e perciò non eliminabile – del resto non avevamo pannolini dietro, tanto ci si ferma a comprarli. Acquistammo s alla Conad ogni ben di Dio, per una navigazione al massimo di 3-4 ore, ma per mare non si sa mai.
Superammo anche lo scarico della macchina e l’imbarco della famiglia intiera, composta da me, PJ, Pipus e Minipipus nella pancia della mamma.
Un Pipus particolarmente scioccato dal pontile e forse anche da Senza Parole, o forse solo dal salto in braccio a Papus per salire a bordo.
Con la calma che serve compii le operazioni essenziali a salpare. Fino al giro della chiavetta d’accensione. Tac. Riprovo. Tacccccgggghhhh. Un quarto di giro di albero, al massimo. Batteria a terra. Attacco il caricabatterie, riprovo dopo poco – niente.
Batteria morta. E’ l’una, e’ sabato, non possiamo far molto. Ci arrendiamo presto ad un panino in pozzetto, un asciugamano in spiaggia, un gelato al Gelatone. Poi Marco mi trova una batteria da Promarine a San Felice, quando stiamo già in procinto di rientrare a Roma. Faccio presto, in una mezz’ora eseguo il cambio ed ho il piacere di risentire lo Yanmar girare. Ma a questo punto siamo con testa, cuore e pancia a casa – ci abbiamo provato.

Senza Parole for rent

Opportunità sensazionale, offerta in anteprima ai cari lettori del blog. Affitto Senza Parole per tutto il mese di agosto, posto barca a San Felice Circeo incluso. Noi abbiamo in mente altri progetti, per questa volta, per questo agosto. I dettagli della cosa saranno pubblicati in futuro, intanto, se la cosa interessa qualcuno, fatemi sapere.