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L’estate è finita

Ho scattato una foto, ieri, a Ventotene.
Era una Ventotene già svuotata, pur di venerdì, vuota dei charter rientrati, vuota di weekender fermati dal meteo, vuota nel Porto nuovo di Cala Rossano, troppo grande, troppo aperto perfino alle brezze serali. C’era la mia faccia ancora cotta dal sole ma già con la malinconia di settembre. Dietro il Porto Romano, il mare, le barche.
Stasera ho voluto mettermi nella rada, a Ponza. Frontone troppo triste, arrivando a vela da Est, sotto una foschia grigia, povero di barche e animazione. Meglio le luci, e la calma del porto.
È già un mood autunnale, fatto di magliette a maniche lunghe, di brezze che non arrivano al verde chiaro di Lamma, di voglia di casa. È prevista pioggia, domani e lunedì. Il primo settembre non viene per caso.
Ci sono le partite, Juve Napoli la ascolto qui dalla barca, per mezzo dei boati della piazzetta, riesco a percepire gol e anche i pali.
Niente si muove, in barca sono solo, sospeso tra una realtà precaria e l’imminente rientro tempestoso.

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Notte difficile

Le previsioni, da una settimana, si palleggiavano la possibilità che entrasse una perturbazione, da giovedì, cioè da oggi. Prima la davano, con sconquassi, poi se la sono rimangiata.
Noi stasera ci siamo ancorati a Palmarola, lato ovest, in una calma rara, ma chiaramente foriera di novita’ imminenti. Lampi all’orizzonte.
Dopo l’una, entra l’onda.
Mi sposto subito, memore di lezioni antiche di vecchi maestri. Mi metto sul lato Est, a togliermi dall’onda.
Continua a lampare ad Ovest. Alle due, viene emesso avviso di burrasca. Isolati temporali con colpi di vento su Tirreno centrale ovest, previsti Tirreno centrale est.
Alle 5 entra il vento, poi un po’ di pioggia, poi più o meno calma. Leggo il meteo.it, per curiosità. Un articolo due minuti prima della mezzanotte da le previsioni per il giorno dopo. In pratica pure loro ti danno la situazione, rincorrendo la realtà.

Realtà per realtà, tanto vale osservarla dalla fonte:

(Grazie a Giuseppe, al radar meteo non avevo pensato)

Domenica

La foto è di Serena. Io avevo le unghie conficcate nella ruota del timone, le gambe allargate a puntellarmi. Doveva essere forza4… sotto la montagna sfiorava i 30 nodi… augh

Festa

Arrivare ad ancorare che il sole è già tramontato, la prima bottiglia già stappata. Le docce, fatte in navigazione sulla plancetta, i capelli asciugati dal vento. La certezza che c’è il solito posto che ti aspetta, al Frontone, un po’ a destra.
E scoprire che vicino a te ci sono amici che ti salutano, ancorare accanto, nel letto del vento che pettina tutte le barche parallele.
Siamo tanti, è una festa di chiacchiere e luci che si accendono, profumi che si spandono. La voglia di scendere a terra viene meno, si sta bene così’.
Poi arriva una altra barca e sono altre bracciate di saluti, è un Halberg Rassy ben noto, con due bimbi oramai avvezzi alla marineria più spericolata, una a prua vicino all’ancora, l’altro arrampicato sul bimini.
C’è chi ama rada solitarie, e capisco. Però anche così è bello, finché c’è posto, finché si può.

Storia di un elica 2

Eravamo alla fine tutte pronte, intruppate nel tender e dirette verso le seduzioni ponzesi, quando decido di dare un po’ più di gas al fuoribordo. “Squeck- squeck-squeck”
Rumori strani provengono dall’elica.
Tolgo gas.
Spariscono.
Rido’, ari squeck.
“Abbiamo mangiato troppe patatine?” Chiede Jenny.
Boh? Ipotizzo grasso che manca nel piede, spero sia solo l’elica sporca, intanto mi arrendo ad andar piano, arrivando alle scalette.
Ponza e’ come dovrebbe essere in un venerdì di luglio, qualche famoso, qualche nipote, giovinastri lucidi che perdono neuroni dietro ad un tavolino, folla da Oresteria, con le ragazze che attendono impazienti.
Dopo i miei giri che non possono tralasciare una sosta da Marcello di “Pesca in mare Ponza”, riprendo il tender per andare a dormire.
È stata una giornata lunghetta, cominciata all’alba col tirare un cavo dal salpa ancora al rele’ sotto la cuccetta di prua. Da 2 anni non andava più il comando di risalita, dopo mille prove ho capito che era proprio il cavo a non andare.
Poi la navigazione fino a Palmarola, con giro dell’isola, grotte incluse, e infine il trasferimento a Ponza. Mi merito un bel sonno.
Da solo in tender, piano piano do’ gas, poi il problema diventa chiaro. Il motore gira e l’elica non prende. Para strappi rotto.
Maledico i miei amici barbieri, ultimi ad usare il tender, però potrebbero anche essere le troppe patatine, sai mai che sia giunta la sua ora?
Questo cavolo di para strappi fa parte integrante dell’elica, è un giunto di gomma che connette la parte con le pale al mozzo con il millerighe. Il fatto è che non si cambia, tocca cambiare elica.
La scorsa volta ci avevo fatto un post (Storia di un’elica), sopratutto ero in Corsica e non sapevo come fare.
Stavolta ho l’elica di allora di rispetto, riparata piantandoci 3 viti alla bell’e meglio.
Stamane la cambio. La provo. Va. Non so per quanto, ma va. Intanto la cerco su Amazon, c’è, costa una cinquantina di euro… e vabbè.

Lunedi

La calma, piano piano, si impossessa della serata, a Cala dell’Acqua. Ho srotolato tutta la catena che ho, su 10 – 12 metri di fondale. Quasi quasi potrei arrivare a prendere, con una cima lunga, quella bitta che c’è sulla punta di roccia a terra, tra la caletta e l’ex cava. Con una cima a terra, da dove il vento proverrà, starei tra due guanciali, stanotte. Ma la manovra, in Italia, è poco gradita, e lascio perdere.
Volenterosi, i miei amici barbieri si organizzano per scendere a terra. Poi mi mandano un vocale in cui mi dicono di aver preso il bus per Ponza porto! Meno male che aspettiamo la burrasca… vabbè, tanto per ora è tutto calmo.
Alla fine, il vento entra verso le due e mezza. Esco a togliere il tendalino, la barca e’ immobile, le altre lontane.
Al mattino, c’è anche un po’ di sole (imprevisto). Vento da nord-est, che a guardar a largo mette paura.
Fresco e nuvolo, ma alterno a schiarite, questo Levante pare vento di tempo buono, una tramontana amica. E così la giornata, che era sulla carta persa, diventa perfetta. Secca che invoglia a fare il bagno, fresca che non mettiamo il tendalino. Tutto il cielo, mutevole, ma volto al bello, è per noi. La vera svolta arriva mentre sono intento a rassettare un po’ il cassetto delle posate. Guardia Costiera.
Amichevole, però: ci fa spostare, perché deve uscire la nave dell’acqua, la Cesare. Questa Cesare, già ieri ha fatto spostare un motoscafo, nella sua manovra d’attracco. Ora sgombra in pratica l’intera cala, anche noi che siamo sopravvento di un pezzo.
Dato che levo ancora, e che tutti mi fregano li mejo posti rimasti, e che nel frattempo è proprio uscito il sole, muovo per Lucia Rosa.
Qui, sarà che è lunedì, sarà’ il tempo cattivo, ma ci sono un po’ di barche, non troppe, tutte stranamente educate e silenziose. Nessun tender, niente musica, niente sguazzi in acqua. A parte noi, ovviamente.
E allora metto maschera e pinne e mi diverto a recuperar robe dal fondo, dove spesso poi c’è il polpetto che ha fatto la sua tana. Un barattolo di vetro lo lascio, c’è una conserva viva di tentacoli.
Poi cucino il barracuda di ieri alla Tennent’s, la birra preferita del nostro tour leader Ciccio.
Si fa il tempo di muover, nonostante fuori ci sia ancora il mare bianco di spuma.
Parto con una mano, e il genoa rollato a metà come un fiocchetto. Pare cautela eccessiva, e invece ci vuol tutta, comando di scarrellare, pure.
Qualche secchiata entra, poi piano piano cala e gira. Ci infiliamo sotto la Nuvola del Circeo a tutta tela, che fatico a mantener la pressione sul timone.
Anche questo weekend dal meteo complicato l’abbiamo sfangato, senza troppi danni, giusto lo strapuntino Made in Legno Senza Parole ante litteram, che stretto tra il culo del Ciccio e una poderosa ondata da sotto, ha spezzato la fibra. Sarà durato 10 anni, era ora.

Domenica

Il Levante entra, nella rada di Ponza, quando la mezzanotte è passata da mezz’ora, e ho già perso conoscenza, sia pure per attimi.
Dalla mia cuccetta sento la barca che si gira, e il soffio del vento sulle manovre  fisse. Esco.
Decido di stare ancora un po’ e mi metto la sveglia interna a un’ora. Alla una e un quarto, il vento forse è lo stesso, ma il mare aumenta.
Mi voglio togliere il pensiero, accendo le luci di via e salpiamo, in una carovana di barche dirette ai ridossi occidentali dell’isola. Apro anche il genoa, così’, per sfizio.
A Chiaia di Luna, il vento entra ridossato. Ma c’è ancora onda lunga che si srotola da una direzione che battezzo Nord-ovest. Mi piazzo al buio lungo il bordo settentrionale della cala, attento a scegliere un punto dove il vento mi tenga bene la barca in asse con l’onda. Si balla, ma niente di terribile. Dormiamo, perfino.
Al mattino, Chiaia la degnano di un solo rapido tuffo, poi scendiamo il vento verso Palmarola. Giriamo da La Cattedrale, poi la Cala del Francese è abbastanza priva di folla, poche barche, ma una grossa: la bettolina “Palmarola”, che sta scaricando acqua.
Ancoro la’ vicino, facciamo amicizia coi marinai che ingannano il tempo tra bagni e docce spettacolari: invidia.
Per pranzo invento la mia solita tonno e limone, ma da cucinare alla Cattedrale. C’è ancora vento da levante, e mare da Ovest, decido che mettersi a Nord è la cosa giusta.
Come ogni volta che si cerca il riparo perfetto, si trova anche il ristagno della rumenta galleggiante che pure qui esiste, oltre a meduse. Però si sta, se magna e se dorme pure.
Il pomeriggio preannuncia il temporaneo miglioramento, giriamo dunque festosi verso il lato orientale di Palmarola, quello dello Spermaturo, dei Vardelli, degli Zirri, eccetera.
C’è ora aria da sud, debole. Niente barche su tutto il lato… incredibile, manco a novembre.
Giriamo piano, con una lenzetta a galla che ogni tanto ci rallegra con un pescetto.
Terminiamo voltando il Cappello e tornando ad Ovest, ma fermandoci nel bucio che vede Ponza, e il campo pei cellulari. Qui viene imbastita la gita al grottone, con tanto di maschere e torcia.
Novelli speleologi, cerchiamo passaggi sommersi che ricordiamo ma manco poi tanto. Informo il gruppo sulle previsioni (brutte) ma tutti vogliono restare comunque.
Così, giriamo ancora l’isola verso nord, lentamente, e ci avviamo al nostro ridosso di Cala dell’Acqua.