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Never ending battaglietta

Il Levante arriva puntuale, quando sono già in cuccetta da un po’, ormeggiato nel mio posto nel porto del Circeo. Sento sopra di me il venti fischiare e la cima gemere sulla bitta. Niente di che. Poi passa, lasciando solo risacca. Poi torna, un po’, al mattino.
Tutto ok. Oggi non c’è intenzione di uscire, dunque non me ne frega molto del tempo. Mi dedico un po’ ai cuccioli: anche quello piccolo si diverte a scorrazzare da poppa a prua, visitando ogni cabina e raccattando ciò che trova. Io lo lascio fare, PJ no. In qualche modo, raggiungiamo un equilibrio.
Verso le dieci riesco a spedire tutta la famiglia alla spiaggetta, per una operazione epocale a lungo rimandata: passare il cavo della sonda del nuovo GPS da centro barca a poppa. Ho bisogno di avere la barca libera, che la devo smontare quasi tutta.
Comincio col fare pulizia della sonda dello scandaglio, precedente all’ultimo… praticamente il nonno. Avevo lasciato tutto passato, che non si sa mai. Dopo 8 anni, comincio a pensare di sapere che non lo userò mai più. Dunque taglio il filo, con dolore, lo sfilo, e scalpello via la sonda, resinata allo scafo. Con un certo timore di strappare una zolla di opera viva assieme alla stessa. Per fortuna, viene via solo il gelcoat.
Poi passo alla sonda del Garmin rotto. Anche qui, taglio, collego il moncone al cavo nuovo e comincio a tirare, usando come pilota il cavo vecchio. Spaiolo in abbondanza per tagliar fascette e rimuovere ostruzioni. Bestemmio anche, in abbondanza, per lo stesso valido motivo.
Quando arrivo nei pressi della poppa, da dove il cavo deve salir su per arrivar sulla consolle di comando, realizzo che il nuovo cavo è troppo corto! Faccio 3-4 ispezioni prima di arrendermi, con la torcia in bocca, a cercare volte inani nei meandri del vano motore: nulla. Questi stronzi di Garmin hanno accorciato il cavo. Era come se lo sapessi: il riassunto delle puntate precedenti questa vicenda mirava dritto qui.
Infatti, quando si ruppe il GPS, tentai ogni possibilità di riparazione, ma la Garmin ha interrotto (dopo soli 8 anni) la manutenzione di questi oggetti, e neanche un indipendente a cui l’ho spedito ha potuto far nulla. Le provai tutte, proprio perché cambiare GPS ha voluto dire cambiar mappe (fatto) e buttare una giornata a passar il nuovo cavo (in corso).
Vabbè’. Mentre la famigli si cuoce in spiaggia e mia moglie da segni di cedimento, elaboro in diverso passaggio dei cavi, più diretto, che non può non esser sufficiente.
Sfilo tutto e reinfilo lungo la nuova pista, tiro di nuovo, e niente, manca sempre un metro per finire. Riesco a sbucare a base colonnina. L’unica possibilità che ho è di mettere il trasduttore a poppa, dove stava il primo che ho avuto. Ma segnava malissimo!
Allora in un barlume di intelligenza razionale, che di solito mi manca in queste occasioni, ho googlato “prolunga sonda Garmin”, per scoprire che con soli euri 35, la Garmin mi produce un pezzo della filo di 3 metri che mi prolunga quanto basta, e sopratutto mette fine alla battaglia odierna. Posso chiudere tutto, e contare di risolvere in quattro e quattr’otto la prossima volta. Anche se adesso che lo so, ho la tentazione di prolungare non di 3 ma di tipo 10 metri, per metter la sonda a proravia del bulbo, dove sta quella Beneteau, fuori da ogni turbolenza o interferenza dello scarpone, che ogni tanto si fa sentire. Che vorrebbe dire ricominciar da capo: Never ending battaglietta.
Vedremo. Intanto recupero la famiglia oramai in giro in paese, pranziamo in pozzetto sotto un caldo estivo, poi carichiamo la macchina e ripartiamo, per oggi basta.

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The dock of the bay

Il meteo degli ultimi 10 giorni ha visto, in sequenza:
1 – il primo uragano mediterraneo, tra Sicilia e Peloponneso 2 – pioggia e allagamenti a Roma, lo scorso weekend
3 – alluvioni alle Baleari ed in Sardegna, con successivi allarmi anche per la solita Liguria

Dunque c’è voluta parecchia fiducia, per imbarcare la famiglia oggi. Anche perché le previsioni portano Levante. E quindi niente Ponza, dunque niente barca, ho pensato.
Ma la voglia di non fermarla, di continuare a tenere barca, moglie e figli agganciati per quanto possibile all’estate passata, che di inverno ci sarà in abbondanza, ha partorito l’idea di uscire, farsi un giretto, e poi tornare a dormire in porto. Una roba anche normale per la maggior parte degli umani: per qualche ragione quasi impossibile per me. È che avere davanti le isole costituisce un traguardo irresistibile, di solito.
E poi ho da riprendere la barca dopo che è venuto Angelo, ripescare le chiavi dal nostro nascondiglio, provare le mappe nuove che ho dovuto ricomprare per il GPS nuovo, montare il nuovo inverter, dopo che quello vecchio si è fuso a forza di mischiare pappe col minipimer.
C’è il vantaggio che si può arrivare con calma, dopo l’una. Si carica la barca, sempre troppa roba, si scioglie a poppa e a prua, e senza aver mai tutto pronto, si prende il mare.
Quindi faccio appena in tempo a realizzare che Angelo mi ha riempito la barca di ogni ben di Dio, un Dio molto Toscano, sicuramente di base dalle parti di Canneto. Grazie! A saperlo manco facevo la spesa.
E poi usciamo, che ho, abbiamo, tutti fame. Per far presto, niente randa, solo genoa. Esito, mi faccio qualche pippa da purista, poi penso al panino, e vai a srotolare. Tanto serve solo a spegnere il motore, e a tener la barca dritta su quel poco di scaduta da Levante che c’è, spianata dal classico, autunnale, girasole.
Così sequestrata la famiglia, mi spingo qualche miglio verso Sud, fino a che il vento mi assiste. Poi strambo, che mi scade il grattino del parcheggio, e rientro presto, evitando in un sol colpo la multa e il divorzio. Pago la giornata con una passeggiata per negozi e una cena al ristorante. C’è pena peggiore.

Giorno dopo

Ponza, di sera, è uno scatenarsi di colori, passaggi, voci. È anche fare il pieno di benzina, comprare una lattina d’olio, poi tornare in barca di corsa perché mi ero scordato il telefono… e poi lasciare tutta quella benzina in tender non mi piaceva.
Daniel fa amicizia con una bambina, poi lo trasciniamo a cena, dove a malapena riusciamo ad uscire senza danno. Sedersi alle 19,30 aiuta in questo a non attirarsi l’antipatia dei camerieri. Oltre alla mancia.
Orestorante è pieno, come fosse estate… tante sono le barche, tanta la gente che ha ancora voglia di mare. Abbiamo beccato il weekend giusto, che non ci speravo, dopo una settimana di varia umidità.
Arriviamo a bordo con il grande che s’e’ addormentato sulle mie ginocchia, fatico ad ottenere collaborazione nello sbarco, poi però si butta sul primo letto che trova, quello della madre, e a noi non resta che tentar di addormire il piccino. Che è una furia: dopo vari tentativi: dentro, fuori, in braccio o libero, lo imprigiono col mio stesso corpo nella cuccetta di poppa, a sbarrare la caduta verso il precipizio di 50cm. E poi spengo la luce, lo sento tastare la cabina a capocciate, poi dopo qualche falsa partenza crolla e finalmente posso smollare anche io.
La mattina, nell’ancoraggio solito al Frontone, comincia con Daniel che viene ad accoccolarsi nella mia cabina. Presto sveglia tutti, non sono neanche le 8.
Si va a terra, ancora, per le solite cose: colazione, focaccia, pannolini, occhiali da sole nuovi per il piccino, che non si trovavano più i vecchi. Poi di nuovo a bordo, bagno total-familiare veloce
Poi PJ decide di sciacquare il pozzetto. Mille briciole finiscono a mare e la poppa brulica di agugliette. Si accende in me qualcosa. Calo subito un rapalino, a spinning lo trascino qua e là e mi diverto a vedere i pescetti che un po’ scappano e un po’ lo attaccano.
Salpiamo in anticipo e calo una lenza per me e una per Daniel, che ci gioca fino a gettare il sughero a mare, un classico. Recupero a fatica, fermando la barca.
Poi, alle Scogliatelle parte la mia. È una riccioletta, che avevo promesso ad Elisabetta per rifare le tagliatelle di ieri di Oreste. Giusta giusta.
Proseguiamo, c’è mare lungo da Ponente, vento leggero da Sud, risultato: zero aria e rollio fastidioso. Recuperiamo un’altro pesce: un tonnetto alliterato, che completa la cena. Poi cerco aria per non perdermi l’equipaggio del tutto: alzo randa e srotolo il genoa, inventando una andatura che rinfreschi il pozzetto, trasformando i cavalli motore in aria fresca.
Praticamente ho inventato il ventilatore, solo che PJ è già mezza persa e stiamo tipo in rotta per Lido di Latina. Ci vuole la pazienza di litigarsi in 4 quel metro quadro di ombra ventilata che il sole basso ci concede, per un’ora o due. Poi a terra il vento si ponentizza come sempre, arrivando al traverso. Mi concedo di togliere giri, ho un appuntamento in banchina alle 16 e non c’è ragione di arrivar prima. PJ raccoglie il suo stomaco in una mano e va giù a sistemare la cucina.
Quando la lasciamo in banchina, è di nuovo una barca quasi ordinata (mentre siamo a bordo noi, stendiamo un omertoso velo).

Chiusura di stagione

13 e 30. Cosa avro’ a prua? Sono sdraiato sulla panca di poppa, il piccolo sulla sua sediola ogni tanto mi gira verso la sua faccia sporca di briciole. Il grande deambula per il pozzetto, trascinando il vecchio elastico, con alla fine lo strozza scotte rosa, quello che chiudeva il tavolo. E’ stato li’ 12 anni, poi sono arrivati loro due a litigarselo.
A prua solo Zannone, e uno scarso. Accosto 10 gradi a Levante, ora non prendo più nessuna isola. Girera’, o forse accendero’, chissà. E’ dopo pranzo, PJ dorme a dritta, c’è una canna improbabile in acqua, che ha un filo rosso con un polpetto, con solo un metro di terminale. Praticamente per pesci che vogliono essere sicuri di suicidarsi.
Piano piano il sud ovest rinforza, e gira: lasciamo Zannone a sinistra a oltre 6 nodi. L’impressione è che anche la corrente aiuti. Allo scoglio Grosso, la canna (una buona, l’altra l’avevo tolta) parte, faccio in tempo a prenderla in mano e a veder rovesciarsi in aria qualcosa, sicuramente una lampuga, per liberarsi.
E poi infiliamo tra lo Scoglio e la Piana, poggiando po’. Siamo arrivati, me la godo in diretta Facebook, filmando il mio pozzetto familiare.
C’è mia moglie, che non mi ha mai negato un weekend. C’è Daniel, che forse ha sentito che andavamo in barca ed era da due giorni che girava per casa con il costume da bagno pronto. E c’è Emanuel che guarda ogni mia mossa, seduto sulla sua seggiola, oramai sono 3 ore, senza fare una piega.
Cosa volere di più? Penso e dico mentre più tardi stiamo tutti e 4 in tender verso Ponza. Per non farmi mancar nulla, stiamo facendo anche l’aperitivo mentre andiamo… bella la barca, ma in qualche modo scendere a terra dopo una veleggiata, con il motore che va piano e il sole che tramonta dietro l’isola, mi riconcilia con la vita.

La barca di papà

Formazione inedita, oggi, in barca. Per la prima volta, vado solo con Daniel. È grande abbastanza, a 3 anni, per stare a bordo come si deve. Almeno credo. Certo, avevo una mano alla randa e l’ho lasciata, anche se saranno una 15ina di nodi soli, ora anche meno. Si va conservativi, specie nei primi attimi dopo aver salpato.
C’era un tempo strano, in porto. Mare che sbrilluccica, settembrino certo, ma che denuncia vento. Aria a tratti da Levante, a tratti da Ponente. Come quando è Maestrale e gira intorno alla montagna, prendendo le due strade assieme e ricongiungendosi al benzinaio, dove in effetti faccio il pieno in calma di vento. Daniel saluta tutti: “Ciao!”, le barche che incrociamo, i benzinai…
Passato l’effetto della montagna, il vento cala. Prendo una canna, leggera, super armata con speciale pescetto… me la rischio, tanto vado piano. Daniel si incuriosisce. Allora tiro fuori un sughero, il primo che viene. Ha attaccato un Gran Pescatore del secolo passato. Quando lo sfilo dal sughero, come sempre, la parte immersa è completamente arruzzata, l’ardiglione è solo un micro rilievo. Bene. Non sia mai.
Calo la lenza e la metto in mano a Daniel, con un moschettone di sicurezza. Lui dopo circa 3 secondi si stufa, si allunga, poi ha fame. Vabbè. Mangiamo. Metto il tendalino, all’ombra è tutto meglio.
Sciolgo la mano, c’è poca aria, sempre da NordOvest quasi tramontana. La prua è a W di Palmarola, in nessun luogo, anzi se volessi poi andare verso Zannone per un bagno, sarebbero dolori di andatura troppo larga.
Ce la dormicchiamo più o meno vigili, quando qualcosa succede a poppa, il sughero salta e finisce a mare, abilmente trattenuto dall’elastico di sicurezza. È pesce! Aspetto che parta anche l’altra canna, vanamente. Il mio super pescetto forse è troppo grosso? Recupero, con Daniel a fianco. Tira. È un tonno rosso da mezzo chilo o poco più. Lo mostro al piccolo, poi lo libero… il primo pesce che prendiamo assieme. “Pesce bua” è tutto ciò che mi corrisponde, oltre a giocare per la successiva oretta con la lenza, vero obiettivo della dimostrazione.
Quando su Facebook leggo che a Salto di Fondi i surfisti entrano in acqua, imposto la strambate di rientro. Sono le 13,30, ho 12 miglia per San Felice, 4 per Zannone, poco più per Gavi, 8 per Palmarola. Più o meno, in mezzo a tutto il mio orizzonte marittimo, perlomeno quello del day cruise.
Prua a Nord, il sole riempie il pozzetto, la cacca il pannolino. Risolvo il secondo problema, medito sulla manovra di emergenza qualora dovesse uno di noi cadere in acqua, mi infilo il vhf in tasca.
Poi Daniel scende giù a giocare, questo ragazzino non mi da nessun problema, gli piace quando ci muoviamo, con qualunque mezzo: barca, macchina, macchina di (Babbo) Natale…
Verso la fine, mi si accoccola sopra e prova a dormire. Io dopo un po’ lo faccio scivolare sulla panca, che come al solito devo star di vedetta, poi manovrare per il porto. Qui c’è aria in abbondanza, le plance planano, Senza Parole vince le sue incrostazioni e prende 7,5 nodi, che non vedevo da un po’. Per la prima volta, va bene così.

Verso casa

Dopo tanti giorni di mare calmo, l’acqua di Palmarola offre il suo meglio, vedi il fondo di sabbia a 10 metri sotto la barca, il colore è profondo, la consistenza pura. È tutto questo che lasciamo, oggi, con qualche rimpianto, ma sicuri di aver fatto la scelta giusta. Abbiamo avuto sole e caldo in abbondanza, anche troppo. E gestire i due piccolissimi non è troppo riposante. Mi spiace perché la barca era avviata, perché ci sono un sacco di lavoretti che non ho completato e temo di non avere mai tempo per farlo, specie se mi porterò dietro Daniel. Ma domani, dice, piove. E dunque proseguiamo sulla spiaggia, il prossimo anno sarà più semplice, pensiamo.

Palmarola

Nella rada del porto, a Ponza, mi alzo che il sole è appena su. Leggo. Dopo poco, vedo una donna in costume passeggiare sull’acqua del mio orizzonte visivo. Troppo vicina. E’ il motoscafo a fianco, un po’ troppo a fianco, secondo lei e il suo nerboruto marito. Accendo e do prova di buona volontà, tirando qualche metro di catena. In realtà, le barche si sono girate a Levante, e tutti siamo ancorati su catene pendenti, con l’ancora finita a poppa. Tecnicamente, più tiro e più arretro, avvicinandomi. La manovra giusta sarebbe che lui stendesse la sua, di catena, arretrando. Ma chi ha voglia di spiegare due cose di nautica a due motoscafari all’alba. Recupero da solo quel poco di catena rimasta e mi sposto poco più in la’, sotto l’occhio vigile del nerboruto, che forse è pure arrivato dopo di me.
Tutto questo per dire che sveglio la famiglia piuttosto presto, si sa, il motore, la catena, non proprio robe che conciliano il sonno.
Spesa a terra, trovo la feta che mi sogno da settimane, dopo aver visto una fotina del Minoia. E poi, andiamo. Arco Naturale.
Lo troviamo ancora piuttosto libero, specie nel suo lato lontano dall’arco, ovviamente. Ma in breve ci riempiamo di vicini, anche qui molto vicini, tipo porto, e vabbè. Qui si verifica la cosa bella del Ponente che gira nella cala ed entra da sud est, quindi le barche mantengono prua al mare, pur essendo ridossate.
Alle cinque siamo però in porto, a lasciare Zia Giova che prende la nave. Spero di poter restare fino a notte, ma passa la Guardia Costiera a sloggiarci dalle 4 boe, vietate fino alle 19,30. E allora mandiamo Ponza a fanculo e prendiamo il mare. Direzione: Palmarola.